David Pannick alla Corte Suprema, ovvero “l’arte della persuasione”, come ha titolato il Financial Times, il giorno dopo l’attesa replica dell’avvocato di Gina Miller agli argomenti portati dai legali del governo a favore della Royal Prerogative per l’attivazione della Brexit secondo l’articolo 50.

Esposizione cristallina e tranquilla, riferimenti puntuali alla giurisprudenza, la battuta al momento giusto, la capacità di rispondere con rapidità e precisione alle decine di domande e rilievi dei giudici, individuando subito il punto più pertinente per fornire una base giuridica alle proprie affermazioni. Spettacolo addirittura degno del palco di un teatro secondo alcuni tweet di chi stava seguendo in diretta l’udienza trasmessa dalla tv.

Si parte dal nocciolo della questione: le prerogative dell’esecutivo consentono di stipulare trattati e di recedere dagli stessi, ma non permettono a dei ministri di annullare diritti e doveri creati da una legge approvata dal Parlamento.

E’ stato detto che lo European Communities Act del 1972 è “un canale”, una legge che immette nel corpo delle leggi della nazione diritti e doveri temporanei, dipendenti dall’eventuale decisione del governo di recedere da un trattato. Non è così: la natura costituzionale della legge del 1972, che crea una nuova fonte di diritto interno che prevale sulle altre, è stata giustamente riconosciuta nei tribunali e anche l’avvocato del governo, Eadie, si è detto d’accordo su questo punto.

Eppure, nella sua esposizione, pare che la legge del 1972, ben lontana dall’avere rango costituzionale, avrebbe un rango addirittura inferiore a quello della “Legge sui Cani Pericolosi“: il Parlamento avrebbe approvato una modifica costituzionale alle leggi dello Stato di importanza fondamentale solo per un periodo limitato, solo finché l’esecutivo non avesse adottato i provvedimenti a livello internazionale volti a porre fine al trattato.

Sarebbe davvero incredibile se una legge di questo tipo potesse venire annullata dall’azione di un ministro, senza l’approvazione del Parlamento, ed è impossibile che le prerogative esercitate per aderire o ritirarsi dai trattati siano valide anche per annullare diritti e doveri che derivano dall’approvazione di una legge, tanto più se la legge ha rango costituzionale.

Nella relazione dell’avvocato Eadie era presente anche un riferimento alla legge istitutiva del referendum consultivo (European Union Referendum Act 2015), ma nella legge non si fa menzione del punto in questione, che verte sull’ampiezza della Royal Prerogative.

E ancora: di norma, spetterebbe a chi ha proposto il ricorso contro la sentenza dell’Alta Corte del novembre scorso dimostrare che il Parlamento ha inequivocabilmente conferito il potere di annullare un regime legale. Certo sarebbe difficile, perché nessuna delle leggi relative all’Unione Europea approvate nel corso di circa 40 anni attribuisce ai ministri il potere di attivare l’articolo 50: ma, inopinatamente, il governo preferisce trasformare il silenzio del Parlamento sul punto in una tacita accettazione della Royal Prerogative.

Anche Scozia, Galles e Irlanda del Nord erano rappresentate all’udienza, per sostenere le ragioni che imporrebbero una consultazione preventiva dei rispettivi parlamenti.

Sono intervenuti infine gli avvocati Helen Mountfield, in rappresentanza di un gruppo di cittadini britannici residenti in altri paesi dell’Unione Europea, e Manjit Gill per un gruppo di cittadini di altri paesi dell’Unione Europea residenti in Gran Bretagna.

La controreplica finale dell’avvocato per il governo, James Eadie, è apparsa piuttosto debole, alcune domande dei giudici non hanno trovato risposte convincenti e lo stesso Eadie, di fronte alle contestazioni, ha dato l’impressione di essere poco convinto dei motivi portati a favore delle tesi del governo. Particolarmente critico il momento in cui Eadie, come ultima risorsa, ha fatto riferimento a una mozione pro Brexit votata in Parlamento la sera prima che, ovviamente, non è una legge e, allo stato in cui si trova, non può avere conseguenze.

La decisione della Corte Suprema è prevista entro la fine di gennaio del 2017.