Con il 4 dicembre un’epoca è giunta a compimento, ma non si intravede nulla proiettato verso il dopo. Anzi, ci si para innanzi una lunga e forse interminabile traversata del deserto. Con buona pace tanto dei devoti dell’happy end “a prescindere”, come a smentita dei pifferai magici della soluzione a schiocco delle dita.

Quanto è stato spazzato via dal voto referendario è probabilmente la stagione dell’arroganza e di quello che abbiamo definito “l’imbroglionismo” (l’idea che il corpo elettorale sia composto da beoti da sfottere; ovvero da “bambini di dodici anni e per di più scemi che si bevono tutto”. Idea propagandata per un decennio da Silvio Berlusconi e recepita entusiasticamente dall’emulo Matteo Renzi). Insomma, questa volta la gag del ponte sullo stretto di Messina non ha funzionato.

Invece continua ad aggirarsi sulle nostre teste la “presunzione comunicativa”, per cui la politica si riduce a trovata linguistica; con il corollario che il contorsionismo verbale può rivestire di nobili panni qualsivoglia mossa opportunistica, anche la più scoperta e vergognosa. Sono stato accusato da commentatori di questo blog di preconcetta malevolenza nei confronti del furbetto Giuliano Pisapia e del suo endorsement a favore del Sì, dal chiaro sapore di investimento carrieristico a futura memoria. Ora mi piacerebbe sapere che cosa questi critici hanno ancora da eccepire nei confronti della mia analisi.

Sempre su questa linea penso di poter ribadire, senza tema di smentita, che la statura morale di Gianni Cuperlo esce gravemente dimezzata dai tardivi voltafaccia filo-renziani; mentre la sua lungimiranza politica da “Tayllerand alla busara” non ne ha tratto la benché minima conferma.

Insomma, il voto è stato una scopa manzoniana. Ma dall’esito che ne è scaturito non emerge proprio nulla che abbia un qualche valore costituente. Anche perché l’intelligenza collettiva del fronte del NO sembra fossilizzarsi sulla questione prossime elezioni e relative norme regolative (e magari sbizzarrirsi sui più improbabili premierati), perdendo di vista che il 4 dicembre non ha bocciato soltanto “il pacco del lavoratore” allestito dal duo Boschi-Renzi; ma ha delegittimato un complessivo programma controrivoluzionario, che andava dal mercato del lavoro alla scuola, dalle autonomie locali e funzionali all’organizzazione della portualità. Bocciatura che imporrebbe un intervento riparatore ad ampio spettro, tanto da prefigurare come indispensabile l’avvento di una nuova stagione riformistica. Come pare aver capito la sola Cgil, promuovendo la cancellazione di due degli aspetti più vergognosi della fase politica stoppata dalla volontà popolare: la precarizzazione del lavoro a mezzo voucher e la sua delegittimazione abrogando l’ormai simbolico articolo 18.

Insomma, la fine dell’età arrogante e imbrogliona meriterebbe l’arrivo di quella della responsabilità. Ma, per quanto si scruti ansiosamente il cielo di dicembre, nessun volo di uccelli sembra annunciarla all’orizzonte. Mentre continua a deludere anche i più incorreggibili speranzosi il soggetto che indubbiamente è uscito vincitore dalle recenti vicende: il Movimento Cinque stelle, il cui incontrastato padrone Beppe Grillo sembra voler continuare a esercitarsi nell’unica situazione della politica dove si sente a proprio agio: la campagna elettorale ininterrotta. E sconforta constatare che i giovani leoni pentastellati gli vadano dietro come un gregge di pecorelle. Visto che l’idea di indire subito il solito referendum su Ue/Euro non solo è incostituzionale (stante che la Carta salvata dall’iconoclastia renziana vieta consultazioni sui trattati internazionali; come ricorda giustamente Stefano Feltri), ma – soprattutto – elude incoscientemente i terribili problemi che abbiamo di fronte.

Possibile che in qualche anfratto di questa stanca società italiana non sopravviva almeno un barlume di attenzione all’interesse generale? Un tempo la si definiva “senso dello Stato”.