Aleppo è una grande fossa comune, riempita di cadaveri avvolti in una finta morale: quella nostra, occidentali, e quella degli arabi, sempre pronti al compromesso. La battaglia che è in corso dal 2012, in quella che era la capitale economica della Siria, è probabile che volgerà presto al termine. Ma non la guerra. Quella continuerà.

Gli abitanti di Aleppo est, che guardavano anche, e non solo, alle elezioni americane per capire il loro futuro hanno assistito all’ulteriore conferma che tutto è stato fatto, politicamente, contro di loro. Come raccontava Ibrahim Hamidi, giornalista di al Hayath, quotidiano panarabo, “Aleppo sarà il regalo di Trump a Putin” nell’ottica di una distensione che porterà all’egemonia russa nel vuoto della “ritirata – politica- americana”.

Il disastro di Aleppo è morale, per noi, che tra 30 anni, forse, ci ritroveremo a commemorare una strage evitabile, macerie evitabili di cui alla fine non avremo capito granché. La colpa è di una assenza della storia: guardiamo alla Siria come a un paese dove si contrappongono Isis e governo siriano. Dimenticando quello che è stato, dal 2011 a oggi.

Il nostro vizio capitale è: giudicare i Paesi degli “altri” quotidianamente, senza dare una prospettiva storica agli eventi. Gli “altri” sono i popoli oltre i confini di quella entità chiamata “occidente”. Gli “altri” sono quelli con cui adoperiamo la doppia morale. Le loro dittature possiamo giudicarle “mali minori necessari”, come quella che governa in Siria dal 1970, passata di padre in figlio. I regimi degli altri possono essere “buoni”, se ci dicono di volerci proteggere dalle nostre paure. Il governo siriano si è sdoganato così, dicendo di essere baluardo al terrorismo e garantendo all’Europa stabilità politica.

Il compromesso, per il nostro occidente ipocrita, è quello di accettare di intrattenere rapporti con presidenti, in giacca e cravatta, che nei loro Stati perseguitano le loro popolazioni. Sono questi i compromessi che affondano Aleppo in un mare sconosciuto.