C’è cascato di nuovo, Lapo Elkann. Stavolta a New York, dove secondo la stampa Usa ha finto un rapimento per chiedere alla famiglia 10 mila dollari ed è stato persino arrestato. Diecimila dollari per un rampollo degli Agnelli sono un po’ come le mille lire che la nonna ci regalava da piccoli per andare a comprare il gelato, d’accordo, ma l’ironia sulla vicenda forse dovrebbe fermarsi a questa banale considerazione. Perché per il resto, a essere onesti, non c’è nulla da sfottere o da perculare, tantomeno da giudicare o condannare moralmente.

Chiamarsi Lapo Elkann e nascere nella famiglia più potente d’Italia non ti mette certo al riparo da debolezze, errori, scivoloni o eccessi. Anzi, provate voi a essere il fratello minore di John Elkann, un tizio che è quadrato, serioso e “responsabile” sin dalla prima infanzia. Provate voi a essere uno spirito libero in una dinastia che ha sempre chiesto ai propri membri (Avvocato a parte, ché lui poteva fare quel che voleva) di soffocare l’individualità sull’altare della ragion di famiglia. Lapo non è adatto al ruolo di capitano di industria: lo sa lui per primo, lo sappiamo tutti, lo sa anche la sua famiglia. E non ha mai avuto la pretesa di comandare in Fiat, beninteso. Perché lui è uno spirito libero, si lascia trasportare dai sogni un po’ strampalati di un ragazzo che tenta di cercare la propria strada, fregandosene del percorso già tracciato, e sicuramente più comodo, che era stato approntato per lui.

È una rockstar, Lapo Elkann. Forse l’ultima rockstar italiana. È un modello? No, ovviamente, e non ha la pretesa di esserlo. E non si capisce neppure perché dovrebbe essere un modello da seguire, lo sgrammaticato Lapo. È un irregolare, è il figlio minore schiacciato dal senso di responsabilità. Gioca a disegnare occhiali, a farsi customizzare l’automobile, a fare l’icona di stile come un fashion blogger qualunque. Non vuole crescere, o forse non ci riesce. Ma è davvero una colpa, se non per se stesso?

È un po’ la versione social e contemporanea della principessa Margaret d’Inghilterra, sorella minore della regina Elisabetta, animo inquieto che ha dovuto rinunciare persino all’amore della vita (il capitano Townsend) per la ragion di Stato, perché era divorziato, perché la Chiesa d’Inghilterra non avrebbe mai approvato un matrimonio del genere. E per trovare casi analoghi, in fondo, non c’è bisogno neppure di allontanarsi più di tanto. Ricordate Edoardo Agnelli, figlio dell’Avvocato e zio di Lapo? Ricordate la sua triste parabola fino al suicidio? Ecco, forse non lo ricordate, perché all’epoca non c’erano i social, ma in fondo la storia è simile. Se nasci “diverso” da come si aspettano dalle parti di Villar Perosa, è un dramma vero. Sei un Billy Elliot all’ennesima potenza, un fiore delicato in una distesa di sequoie. E allora provi a vivere come ti va, ti lasci andare a sciocchezze che sicuramente dovresti evitare, ma ne paghi le conseguenze in prima persona. E chissà le ramanzine pettinate che dovrà subire da familiari compostissimi e supermanager di scuderia, povero e indifeso Lapo.

Magari prometterà di nuovo di cambiare, lo dirà ai quattro venti, chiederà scusa pubblicamente con una bella intervista su questo o quel magazine patinato. Ma poi continuerà a sbagliare, ne siamo sicuri, perché Lapo Elkann è così. È una rockstar incompresa. Cintura nera di cappellate, sia chiaro, ma non per questo va additato come pessimo esempio, come vizioso e viziato rampollo. È la pecora nera tra gli Agnelli? Forse sì, dipende dai punti di vista. Ma è soprattutto per questo che meriterebbe più comprensione, persino una sorta di empatia. Perché al mondo nessuno è più rockstar di un Agnelli che non ci sta a fare l’Agnelli. Provateci voi, se ci riuscite.