La domanda che ieri sera Silvia Truzzi, brillante animatrice del dibattito promosso dal comitato milanese per il NO referendario, mi poneva era – al tempo stesso – intrigante e complessa: “Perché il voto contrario al quesito costituzionale del 4 dicembre viene equiparato a traumi demagogici quali Brexit e vittoria Usa di Trump?”. E non a caso la nostra chairlady evitava l’aggettivo “populista”, ormai trasformato dall’establishment, secondo lezione berlusconiana, in un puro lemma di esecrazione; al pari di “giustizialista” o ”comunista”. La neo-lingua della restaurazione.

Si sarebbe potuto – molto semplicemente – rispondere trattarsi di uno spudorato acchiappacitrulli, proprio delle tecniche imbonitorie dominanti in questa stagione politica (che l’Oxford Dictionary definisce di post-truth, post-verità: “una situazione in cui i fatti obiettivi sono meno influenti sull’opinione pubblica rispetto agli appelli emotivi e alle convinzioni personali”). In effetti il tema sollevato impone un’analisi un tantinello più complessa, che chiama in causa le derive lungo le quali il Comando a Occidente ha mutato strategie, mentre la politica andava sottomettendosi all’economia finanziaria. In base a un principio da cui tutto discende: Iil potere è esercitato prevalentemente con la costruzione di significato nella mente umana tramite processi di comunicazione attivati dalle reti multimediali globali/locali della comunicazione di massa” (Manuel Castells, 2009).

Come da definizione, tale mossa mixa abilmente massificazione e semplificazione con effetti truffaldini, a vantaggio del consolidamento delle élites (recentemente descritte da Federico Rampini come “un ceto privilegiato che estrae risorse dal resto della società, per il potere che esercita direttamente: politici, tecnocrati, alti dirigenti nella sfera di governo; capitalisti, banchieri, top manager nella sfera dell’economia”). Da qui i tratti prevalenti dell’epoca in cui prevale il pop, un popolaresco che stinge nel plebeo. Che gratifica a scopo manipolatorio la pigrizia diffusa di bersi le apparenti presunzioni di eccezionalità illusionistica. Per questo mi ero azzardato nella provocazione di paragonare Renzi a Bob Dylan, suscitando i furori di masse per la blasfemia di leggere il folk-singer come un manufatto industriale. Dimenticando – i credenti fondamentalisti (quegli stessi pronti a incoronate con il serto d’alloro poetico anche il nostro Fabrizio de André) – che lo stesso bardo di Duluth ebbe ad accreditare la propria natura di prodotto commerciale.

Appunto, una provocazione con una base di ragionamento per indurre orientamenti critici. Ossia l’atteggiamento mentale che consentirebbe di leggere la fenomenologia reale del nostro premier; che chiarisce meglio di tante elucubrazioni giuridiche l’operazione del 4 dicembre: una sequenza dettata dalle centrali del pensiero pensabile per annegare la democrazia nel decisionismo. Operazione che viene da lontano e sostituisce all’antica ripartizione del potere, Esecutivo-Legislativo-Giudiziario, la trimurti collusa Mediatico-Finanziario-Governamentale (il leader sintonizzato sulle aspettative degli altri due poteri). Spirito critico che farebbe emergere tutte le trappole argomentative sparse dai gigliati magici. Come quella (in cui cadde Zagrebelsky), secondo cui la riforma non aumenterebbe il potere del premier. Certamente, visto che il contagio autoritario avviene battendo un’altra strada: azzerando controlli e contrappesi (dalla contrazione del voto popolare alla cancellazione di corpi intermedi).

Perché la fenomenologia di Renzi, tardo-blairiano di Rignano, è quella del solito giovanotto in carriera, spregiudicato e chiacchierino, che ha fiutato il vento ed è pronto ad assecondarlo. Nel declino della democrazia in post-democrazia. Domani democratura, secondo le dinamiche in atto dall’Est europeo alla Turchia.