È come il passaggio del Mar Rosso, un evento dal pathos biblico, di più, è come Italia-Germania 4-3: il 4 dicembre si cambia o si torna indietro, rispetto a cosa non importa granché nella vaghezza sconclusionata delle indicazioni di voto.

Il fronte del No è quel caos politico che spazia da Berlusconi a Fassina, passando per Calderoli, Brunetta e Salvini. La benemerenza politica dei sostenitori del Sì è stata sublimata dalla sfavillante settimana del Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che prima apostrofa Rosy Bindi come “infame, da uccidere” e poi viene registrato mentre organizza militarmente il rastrellamento di voti per il Sì nei Comuni campani, elogiando le capacità di “uno notoriamente clientelare come Franco Alfieri”, sindaco di Agropoli, “che sa fare la clientela bene come Cristo comanda” e incitandolo a “portare 4000 cittadini a votare, vedi tu come madonna devi fare, offrigli una frittura di pesce”.

Occorre allora mettersi al riparo da questo spettacolo gramo, leggere il testo della riforma costituzionale, anche un po’ alla volta, magari un ciclo di incontri con amici e parenti tutti a parlare di Costituzione.

Gli italiani all’estero, invece, si sono visti recapitare una lettera firmata da Matteo Renzi in cui la svolta epocale che la vittoria del Sì imprimerebbe al sistema-Paese trova fondamento sulle solite affermazioni tautologiche. Degno di nota il passaggio in cui il Premier assume le sembianze di Giorgio Mastrota e gli ultimi due anni e mezzo di politica internazionale quelle di una fiera in cui ha provato “ogni volta, con tutte le [sue] forze, a dare dell’Italia un’immagine diversa. A raccontare dei successi degli italiani nel mondo, a promuovere le nostre bellezze”.

L’epistola affronta poi un tema cruciale per il futuro del Paese: “la mortificazione dei soliti luoghi comuni”. Nessuno meglio degli italiani all’estero, infatti, sa “quanto sia importante che il nostro Paese sia rispettato fuori dai confini nazionali”. Dunque, se vince il Sì, dal 5 dicembre saremo più credibili e rispettabili. “Basta risolini di scherno” ha promesso il Premier agli studenti Erasmus di tutta Italia.

Perché il problema principale del sistema politico italiano non è che personaggi come Vincenzo De Luca arrivino a governare una Regione. All’estero ridono di noi perché, tra tutti i luoghi comuni, ce n’è “uno durissimo a morire. Quello per cui siamo un Paese dalla politica debole”. Insomma non importa quale sia la qualità della classe politica, i luoghi comuni si superano con governi stabili e superando il bicameralismo perfetto.

Quelli spesi per l’invio delle lettere sono certo fondi distratti da opere più utili, ma ad offendere è anche la convinzione sottesa di poter portare milioni di persone a votare Sì utilizzando simili argomenti. Più che baluardo contro l’avanzata dei populismi destrorsi in Europa, il governo Renzi si consolida come un esperimento di “populismo democratico” tutto italiano.

D’altronde fondamento politico più che giuridico ha la “clausola di supremazia” con la quale, su proposta del governo e in nome della “tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica” o dell’“interesse nazionale”, a Costituzione riformata il Parlamento potrà avocare a sé il potere legislativo anche nelle competenze regionali. Sarà il governo stesso a decidere cosa sia di “interesse nazionale” o tuteli l’unità giuridica o economica, al di là di cosa ne pensino i cittadini e le amministrazioni regionali coinvolte.

È un aspetto della riforma che ha molto a che fare con l’autorizzazione e il finanziamento di grandi opere. Per questo vi ruotano intorno tanto le motivazioni ambientali del No quanto il sostegno al Sì da parte di gruppi di interessi molto potenti. In un servizio andato in onda su La7, ad esempio, appaiono chiari i possibili vantaggi per BlackRock, il gigante della finanza presente in Italia con 53 miliardi di investimenti. Nella lettera agli italiani, Renzi compare in foto accanto ad Obama e ricorda che l’ex Presidente Usa ha dedicato all’Italia la sua ultima cena di Stato. Viene omesso però che, in quella occasione, Renzi incontrò proprio i rappresentanti di BlackRock tra i cui investimenti c’è Terna, monopolista italiano delle reti elettriche. La riforma del Titolo V assicurerebbe una più spedita approvazione dei progetti infrastrutturali di Terna a prescindere dal fatto che ne sia stata provata l’utilità. Dalle “semplificazioni” costituzionali dipende dunque anche la possibilità di assicurare dividendi ai capitali investiti. Occupare il territorio con nuove grandi opere, magari sacrificarne le bellezze paesaggistiche, per garantire profitti all’estero. Anche così saremo un Paese più credibile e rispettabile, ma questo nella lettera di Renzi non c’è scritto.