Con la Carta di Treviso i giornalisti italiani si sono dati un codice di comportamento con cui si cerca di non aggiungere pena e sofferenza al minorenne abusato e maltrattato. Stante, peró, che “non tutti nella Capitale sbocciano i fiori del male”, come ha cantato De Andrè in ‘Delitto di Paese’, spesso si pone al giornalista un problema: come garantire lo stesso diritto all’oblío anche ai ragazzi che non vivono nei grandi centri urbani? Come mimetizzare, cioè, quei minorenni che, per i contesti in cui vivono, siano facilmente individuabili?

L’esperienza, ovviamente, aiuta a non abiurare né al diritto di cronaca né al dovere di denuncia e insegna come si possano evidenziare i fatti ricorrendo alla forma del racconto. Un racconto che non perde di coerenza solo perché il lettore non colloca nello spazio i fatti che, comunque, sono accaduti e invitano tutti a una riflessione importante.

La storia*: un ragazzo dodicenne è vittima di violenza assistita e subita. Mesi e mesi a guardare una mamma maltrattata e a subire violenza a sua volta. Fino a quando la donna non trova il coraggio di denunciare e il maltrattatore, un uomo violento (pregiudicato è un di più), viene allontanato da un giudice mentre il figliolo viene affidato a sua madre.

La donna lavora ma, come spesso accade di questi tempi di crisi (non certo migliorata con il jobs act), solo nei turni di notte, con scarse tutele e altrettanto scarsa retribuzione. Tuttavia, svolge la sua funzione genitoriale nel migliore dei modi e i servizi sociali, non solo non sono mai chiamati a intervenire, ma anzi, non sentono mai la necessità di verificare come si svolga la vita del minorenne.

Tutto funziona per il meglio, fino a quando, il padre del ragazzo, ai domiciliari presso la sua nuova compagna, non viene cacciato di casa da quest’ultima e un giudice del Tribunale di Ravenna non trova altra soluzione che chiedere alla mamma maltrattata di riprendere l’uomo in casa.

Ingenuità, timore o soggezione delle istituzioni? Sta di fatto che la donna accetta. Cominciano, a questo punto, i problemi con i servizi sociali. Infatti, com’era prevedibile (salvo che al giudice ravennate) tornano le angherie e le violenze dell’uomo a cui, fortunatamente, la signora trova ancora la forza di opporsi grazie all’aiuto di un centro antiviolenza. Tuttavia, le assistenti sociali la accusano ancora di non collaborare.

La donna, perciò, viene mandata da uno psichiatra dai servizi sociali del suo paese:  accusata di “non collaborare” con il progetto, viene separata dal figlio. Il ragazzo viene dapprima affidato al padre, ma poi, quando l’uomo torna in carcere (per reati contro il patrimonio), a una famiglia affidataria prima di essere portato in un comune dell’Emilia Romagna, lontano dal comune di residenza della madre, – dove ancora risiede – presso un istituto di suore .

Il calvario della donna, intanto, prosegue. Dopo essere stata visitata anche da uno psicologo per verificare i motivi della “mancata collaborazione” non viene più seguita dal personale medico, perché ritenuta sana di mente. Tuttavia, la donna viene diffidata dall’avere ogni contatto con il figlio perché non firma il nulla osta al suo trasferimento nella scuola vicina alle suore.

Nulla osta rilasciato invece, furbescamente, dal padre, come probabile paravento nella richiesta di autorizzazione al giudice minorile.

A che punto siamo? Dunque, a oggi il ragazzo è ancora domiciliato dalle suore; lontano da sua madre  dichiarata ora “possessiva” dai servizi sociali; dal suo fratello maggiorenne che lavorando potrebbe e vorrebbe accudirlo in casa sua; dai suoi amici di scuola e di calcio e costretto a frequentare la scuola del paese dove si trova adesso in virtù delle autorizzazioni “provvisorie” chieste al tribunale dei minori e concesse senza contraddittorio e senza il parere del ragazzo. Mentre sua mamma continua ad essere vista con sospetto dai servizi senza che nessuno degli assistenti sociali, che curano il “progetto”, abbia sentito il bisogno di chiedere un riscontro né allo psichiatra né allo psicologo che l’avevano in cura. 

Una storia al limite del paradosso che, per la mancanza assoluta di protocolli di presa in carico, di disciplinari di comportamento, per le insipienze e il mal funzionamento dei servizi, troppo spesso guidati da architetti piuttosto che da operatori o esperti del sociale, assume i contorni del dramma in barba all’imprescindibile interesse della persona minorenne.

(*Si tratta di una storia vera. I nomi del minore e della madre vengono taciuti per proteggere la loro privacy).