Rieccoci al punto di partenza, come in un gioco dell’oca che non ha mai fine. È la condanna di Fabrizio Corona, forse più pesante di quella giudiziaria: cadere rovinosamente, provare a rialzarsi, credere di farcela e poi crollare al suolo di nuovo. È il Sisifo di corso Como, della Milano da tracannare (perché “da bere” gli è sempre sembrato poca roba). E come il personaggio della mitologia greca, costretto a rotolare per l’eternità un sasso in salita dalle pendici alla cima di un monte. Lo sforzo, il successo e l’inevitabile caduta. Sempre. Per sempre. Come Sisifo, in effetti, Fabrizio Corona ha tentato di usare scaltrezza e furbizia per sfidare gli dei, illudendosi di poterla fare franca sempre e comunque.

Come Sisifo, però, Fabrizio Corona alla fine è costretto ad affrontare le proprie colpe, i propri errori, che neppure la più astuta delle mosse può nascondere.  La cosa più bizzarra di questo parallelismo mitologico, infine, è che anche Sisifo ha visto cominciare la propria rovina per colpa di un pettegolezzo, visto che aveva rivelato di aver “beccato” Zeus e la ninfa Egina in atteggiamenti che eufemisticamente potremmo definire affettuosiEppure, solo un paio di settimane fa, Corona aveva ripetuto di fronte ai giornalisti (e prima ancora di fronte al giudice) di essere cambiato, di essere riuscito faticosamente a ricostruirsi un’immagine, un mestiere onesto, una quotidianità quanto più normale possibile, nonostante gli ovvi limiti imposti dal regime di affidamento ai servizi sociali. Tendevamo a credergli, ammettiamolo, per una serie di motivi. Innanzitutto perché sembrava impossibile, dopo quanto sopportato in galera, che Fabrizio Corona fosse così incosciente da ripetere gli stessi errori o, peggio ancora, inventarne di nuovi. E poi perché per una volta, nonostante l’arroganza genetica e irriformabile del Nostro, il carcere sembrava aver davvero assolto il suo ruolo di recupero, di riabilitazione morale e sociale di un ragazzo che, in pieno delirio di onnipotenza mondana, aveva commesso alcuni reati.

E invece no. Invece ecco che spuntano 1,7 milioni di euro in un controsoffitto, ecco che si fa largo il sospetto (e l’accusa) che trattasi di denaro incassato in nero per le serate che Corona continua a fare in giro per l’Italia. Ecco che spuntano accuse nuove, come l’intestazione fittizia di beni, peraltro durante l’affidamento in prova ai servizi sociali, particolare che rende il tutto ancora più grave. E Fabrizio Corona è tornato in carcere, nel luogo che ha sempre raccontato come un inferno in terra, dove ha subito cose indicibili e dove comprensibilmente sperava di non dover tornare più. Ma forse il personaggio è incorreggibile. Forse non è solo “disegnato così”, Fabrizio Corona. Forse è bad boy sul serio, o quantomeno non riesce a correggere neppure gli aspetti fuorilegge del suo carattere. In passato è stato giudicato malissimo per una innata e innegabile arroganza, per una certa dose di megalomania che lo ha portato a credere di essere invincibile, di poter manovrare le vite private dei più potenti d’Italia. Ha creduto di essere intoccabile, di potersi permettere tutto. La bella vita, le belle donne, le spacconerie. Era tutto un “Corona non perdona”, una lunghissima sequela di atteggiamenti da bizzosa star capace di tutto e pronta a tutto, pur di preservare uno stile di vita senza freni.

Poi era arrivata la galera, con la condanna e una detenzione che, nel Paese in cui persino gli assassini scontano pene ridicole, era sembrata spropositata, un accanimento contro il Sisifo che aveva osato sfidare gli Dei. Ecco perché Fabrizio Corona, pur con tutti i suoi difetti e pur dopo una condanna passata in giudicato che ha verificato i reati commessi, forse meritava una possibilità. Non la seconda, perché ne aveva già avute tante nella vita. L’ennesima possibilità, ma comunque una possibilità. Fuori dal carcere, per provare a se stesso, ai giudici e all’opinione pubblica che era cambiato sul serio e che era pronto almeno a vivere onestamente, pur senza pretendere di cambiare anche l’indole spaccona di un uomo che morirà spaccone. Chissà se ci aveva creduto anche lui. Molti osservatori esterni, anche suoi feroci critici di un tempo, ci avevano creduto eccome. Perché poteva essere il bel finale di una brutta storia. Perché se cambia Fabrizio Corona, l’incorreggibile e strafottente Fabrizio Corona, allora possono cambiare tutti. E invece no. Evidentemente Corona è rimasto Corona. Che non perdona, come da claim tanto in voga negli anni d’oro. Così come non può e non deve perdonare la giustizia. Così come non può e non deve perdonare, non più, persino quella parte di opinione pubblica che lo aveva difeso così strenuamente. Oggi Sisifo è di nuovo alle pendici del monte, alle prese con un masso pesantissimo da spingere di nuovo verso la cima. E non è detto che stavolta ci riesca.