Donald Trump sopravvive al secondo dibattito in diretta televisiva. Hillary Clinton non trova, e neppure cerca, il colpo del KO: forse, le va bene un avversario malridotto, che sopravviva a se stesso fino all’Election Day, l’8 novembre. Ma Donald non è cucciolo che uggiola, se ferito; è, piuttosto, una belva che azzanna (o, almeno, ci prova). L’audience è altissima, forse la più alta – manca il dato certo -; e Twitter batte tutti i suoi record.

Non a caso commentatori statunitensi parlano di un “dibattito animalesco”, cominciato senza stretta di mano e conclusosi con una stretta di mano più dovuta che voluta. Il pubblico, almeno quello sondato dalla Cnn, assegna, com’era già avvenuto il 26 settembre, la vittoria a Hillary: 57% a 34%, nonostante l’ex ‘first lady’ parta con il freno a mano tirato, come se fosse nel contempo fiduciosa che il rivale finisse per incartarsi da solo e timorosa di quello che poteva tirare fuori.

Ma le sorprese – relative – Trump le aveva già sfornate prima del dibattito, presentandosi davanti alla stampa con alcune donne che hanno in passato accusato di violenza Bill Clinton o che hanno avuto relazioni con lui: c’erano Juanita Broaddrick, Paula Jones, Kathleen Willey e Kathy Shelton, volti ricorrenti di un passato sbiadito, ma non svanito – difficile contare le assenti, fra cui di sicuro Gennifer Flowers e Monika Lewinski -. “Le azioni parlano più delle parole – dice la Broaddrick -. Trump può avere pronunciato parole spiacevoli, ma Bill mi ha stuprata e Hillary mi ha minacciata. Non credo ci sia niente di peggio”.

Sul palco dell’Università di St. Louis, nel Missouri, Trump s’è finalmente presentato con la cravatta rosso repubblicano, Hillary con un tailleur pantalone blu i cui risvolti chiari richiamavano la blusa (un insieme molto meno riuscito del completo rosso del primo confronto).

Il magnate denunciava nervosismo dondolandosi di continuo, muovendosi per scaricare la tensione e tirando su spesso col naso (chissà se anche stavolta era il microfono che non funzionava). Ed è stato fin dall’inizio intimidatorio con i moderatori, Anderson Cooper della Cnn e Martha Raddatz della Abc, accusandoli di presunti favoritismi nei confronti della sua rivale, mentre i due giornalisti erano impegnati a contenere la tendenza dei due a sforare i tempi, a correggere alcune affermazioni palesemente inesatte (o a esigere risposte alle domande).

Il dibattito è partito con la domanda posta da un insegnante nera. Il primo tema sono proprio state le dichiarazioni sessiste del magnate e showman, che le declassa a “chiacchiere da spogliatoio”: “Non ne sono orgoglioso e me ne scuso, ma ho grande rispetto per le donne, nessuno ha più rispetto di me per le donne… Ci sono cose ben più terribili a questo mondo… Io renderò l’America di nuovo grande e sicura e ricca, io sconfiggerò l’Isis”.

Trump evoca il passato dei Clinton, ammette di avere legalmente usato scappatoie fiscali per pagare meno tasse: “Certo che l’ho fatto. E lo fa gran parte dei donatori di Hillary”. E torna a vantarsi d’essere colui che meglio conosce il sistema fiscale Usa: la sua dichiarazione fiscale resta però tabù, fin quando – è il ritornello – gli accertamenti non saranno finiti.

Proprio sui terreni che dovevano essere per lui più scivolosi, Trump pare cavarsela abbastanza bene. E va all’attacco sull’emailgate (“Se io fossi responsabile della Giustizia, tu saresti in prigione… Metterò in piedi una commissione d’inchiesta speciale per indagare… ”). Delle risposte di Hillary, non sa che farsene: liquida tutto con “sono solo parole, le stesse parole che abbiamo sempre sentito, sono sceso in campo perché sono stufo di sentirle”.

Hillary ammette gli errori dell’emailgate (“ma a tutt’oggi non c’è prova che materiale riservato sia finito nelle mani sbagliate”), contesta puntualmente la veridicità delle affermazioni di Trump – e, del resto, il facts checking è devastante, ma il magnate non se ne cura -, cita Michelle Obama: “Quando loro vanno basso, noi voliamo alto”.

Quanto le domande del pubblico vanno su temi di fondo, sanità, tasse, lavoro, energia, l’islamofobia di Trump, che ripropone “il cavallo di troia dei siriani che entrano” e polemizza ancora “con i Paesi della Nato” che non fanno il loro dovere per la sicurezza comune, il magnate è meno a suo agio e si rifugia negli slogan della campagna. Hillary padroneggia meglio le materie, definisce la retorica anti-Islam del rivale “un regalo” per il sedicente Stato islamico, insiste sul ruolo della Russia: “Non era mai successo che una potenza cercasse di influenzare così tanto il nostro voto e non lo fa certo perché sia eletta io”.

In nome di Putin, Trump si mette persino in rotta di collisione con il suo vice Mike Pence, critico sul ruolo della Russia in Siria: “Non ci siamo parlati su questo e io non sono d’accordo”. Così, c’è chi fa girare la voce, da verificare, che Pence potrebbe lasciare il ticket.

C’è un siparietto, quando i due iniziano a rispondere insieme a una domanda, che tocca a Hillary. Lei dice: “Comincia pure tu, vuoi sempre cominciare tu”. Lui replica. “No, prego, comincia tu, io sono un gentleman”. La domanda più difficile è l’ultima: ciascuno deve dire una cosa buona dell’altro: Hillary fa l’elogio dei figli di Trump, che sono in prima fila; Trump riconosce che Hillary è “una che non molla”.

Appuntamento per il terzo e ultimo dibattito all’Università del Nevada a Las Vegas il 19 ottobre.