Er progetto” è fallito. Walter Sabatini ha lasciato la sua Roma, di cui negli ultimi cinque anni era stato molto più che un semplice direttore sportivo: volto e anima, mente e braccio di una società con una proprietà straniera e spesso lontana, che lui ha rappresentato e diretto nel bene e nel male, in ogni suo passo. Senza riuscire però nell’obiettivo di “trasformare il concetto di vittoria da una possibilità a una necessità”: una “rivoluzione culturale” forse impossibile nella Capitale, sicuramente mancata. “È questo il mio fallimento”.

Sabatini continuerà a fumare, a leggere, a fare filosofia di vita e di calcio. Solo non a Roma, che “non è stata per me una frazione di vita, ma la vita stessa”, ha detto nella conferenza stampa di addio. Sperava di far diventare vincente una città che invece è riuscito solo a far tornare grande. Il suo principale merito è questo: aver riportato i giallorossi nell’élite del calcio italiano, per struttura societaria, nomea, risultati. Stabilmente nelle prime tre del campionato (e quindi con i piedi ben piantati in Europa): è stato lui a traghettare gli americani nel difficile sbarco in Serie A. I suoi successi si chiamano Lamela, Benatia, Marquinhos, Pjanic, Nainggolan, Strootman: talenti cristallini comprati a basso costo e nella maggior parte dei casi rivenduti a cifre astronomiche. Quando è arrivato la rosa aveva un valore patrimoniale di 37 milioni di euro, ora la lascia a quota 190 milioni, con il bilancio 2016 chiuso con “solo” 14 milioni di passivo e i ricavi più alti di sempre (superato per la prima volta il tetto dei 200 milioni). Così la Roma, che con la nuova proprietà ha speso tanto, economicamente ha perso pochissimo. Ma neanche ha vinto nulla, e Pallotta non è venuto in Italia solo per fare plusvalenze (complessivamente quasi 100 milioni, grazie agli affari del ds). Lo scudetto che non è mai arrivato è il suo “grande rammarico: non mi procura rabbia, ma una tristezza cupa probabilmente irreversibile”.

Perché lo scudetto “non era un sogno, ma una speranza che si è accesa saltuariamente” nel suo animo di sognatore che ama i sognatori: Luis Enrique, con cui condivideva quella concezione visionaria che in Serie A non poteva attecchire; Zdenek Zeman, con cui condivideva il vizio del fumo e l’integralismo di valori; Rudi Garcia con cui condivideva praticamente tutto, al punto da essere il suo uomo, da difenderlo fino all’indifendibile. Lì, con la cacciata del francese e l’arrivo di Spalletti in panchina, probabilmente è finita la sua era. Un profondo conoscitore dell’indole umana come Sabatini lo aveva capito subito, già a febbraio scorso, quando infatti aveva presentato le dimissioni. Respinte, ma solo per rimandare l’addio ad un momento meno traumatico. Comunque inevitabile, perché sulle spalle del ds ricadono anche tante colpe: allenatori sbagliati, acquisti sbagliati. Doumbia, Ibarbo, Iturbe, Bojan, lo stesso Dzeko che solo ora si sta riscattando, più recentemente Juan Jesus, Gerson. La lista è lunga nelle oltre 200 operazioni compiute dal re del mercato (o dalla “piovra”, come lo hanno soprannominato i suoi detrattori) nelle ultime stagioni. Macigni sul bilancio ma soprattutto sulle ambizioni della Roma, per quel salto di qualità definitivo ancora in sospeso.

Curiosamente Sabatini, uomo di contenuti pesanti e citazioni dotte, quando era arrivato aveva fatto riferimento a un “programma quinquennale di memoria staliniana, in un calcio che necessita di tempi diversi: voi fate un consuntivo annuale, noi siamo in divenire”. L’addio cade un lustro dopo, e anche se lui conclude che “il nostro ciclo è positivo”, il bilancio non può che essere negativo. Lascia una Roma da primi posti ma non da primo posto come avrebbe voluto. I conti relativamente in ordine e giocatori importanti, una base solida da cui ripartire (infatti aggiunge: “Questa sarà ancora la mia squadra, anche se non ci sarò fisicamente”). E il delicato addio di Totti da gestire, che in passato aveva definito “luce di Roma” e ora chiama “tappo per chi gli sta dietro”; anche così si è deteriorato il rapporto con l’ambiente. Ma questo problema c’era ieri, c’è oggi e probabilmente ci sarà anche domani. Avanti il prossimo: per il momento toccherà a Frederic Massara, torinese madrelingua francese, suo vice dal 2008. In futuro forse arriverà qualcun altro a prendere il posto di Walter Sabatini, re del mercato, filosofo, uomo vorace di emozioni ed eternamente insoddisfatto. “Non posso giudicare la mia opera mentre la faccio: è necessario che mi comporti come i pittori, e che me ne allontani”, diceva. Adesso che se ne va tra mille rimpianti ed altrettanti mozziconi di sigaretta, chissà quale sarà il suo giudizio su se stesso.

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