Elaborazione del lutto. Esorcismo. Autopsia di un’anima. Chiamatelo come volete, ma sia chiaro a tutti che affrontare Skeleton Tree di Nick Cave è come assistere, impotenti e al tempo stesso affascinati, alla più sincera messa in scena del dolore di un padre che ha perso tragicamente un figlio (come se fosse possibile perdere un figlio non tragicamente, poi) e al suo tentativo di sopravviverne.

La storia la conoscete tutti: Arthur Cave, figlio quindicenne del cantautore australiano, è morto poco più di un anno fa, il 14 luglio 2015, precipitando per circa quindici metri sulle scogliere di Ovingdean Gap, nell’East Sussex. Una tragedia immane che ha colpito un cantante la cui vita era già stata segnata dalla tragedia, orfano di padre per un incidente quando era poco più di un ragazzino. Una tragedia, e questa parola sta ricorrendo così tanto in questo articolo non per mancanza di sinonimi, sia chiaro. Una tragedia che in qualche modo non poteva non finire nella sola via di salvezza che Cave è riuscito a elaborare, il creare musica e il creare musica catartica. Così è stato. Jesus Alone, primo singolo di questo album, la cui registrazione era in realtà iniziato già nel 2014 negli studi di Brighton, vicini al luogo in cui Arthur ha trovato la propria morte, è una sorta di requiem dark e dissonante.

Tutto l’album suona come un requiem, ma più che altro come lo straziante urlo di dolore di chi cerca di scavare nell’abisso per cercare una via di fuga, uno spiraglio di luce, ben sapendo che luce non c’è, che per quanto ci si arrampichi nel pozzo si finisce sempre per ritornare sul fondo. Per questo Cave decide di scavare a mani nude, affrontando quel dolore di petto, come a volersi fare ulteriormente male, per narcotizzarsi, assuefarsi a un dolore ben più potente e costante, delocalizzare la vera fonte della propria sofferenza. La cupezza che da sempre contraddistingue il suo songwriting e il suo modo di cantare tocca qui vette (o abissi) che sembravano impensabili prima, inimmaginabili. Se Cave ha tante volte cantato la morte, e la morte violenta, si pensi poco originalmente alle sue murder ballads, stavolta non deve ricorrere alla tradizione o alla fantasia per trovare benzina per il proprio motore.

Accompagnato dai fidi Bad Seeds e con l’ausilio degli arrangiamenti orchestrali del solito Warren Ellis, Cave si presenta a una ripartenza che non può che fare i conti con l’abisso, una forma di terapia pubblica: sono Nick Cave, il mio problema è che sono sopravvissuto a mio figlio. E Skeleton Tree, raccontato nel documentario di Andrew Dominick al Festival del Cinema di Venezia, One More Time with Feeling, con le sue otto canzoni lancinanti è un album osceno, come oscena non può che essere la morte di un figlio e la sua elaborazione pubblica.

L’ascoltatore, anche quello che non dovesse cogliere la cruda e lancinante poeticità dei testi del cantautore australiano, è costantemente trascinato in un luogo buio e freddo, si suppone il cuore del cantautore stesso. La morte di Arthur ha per sempre cambiato la vita di Nick Cave, non potrebbe che essere così, e questo cambiamento è ben presente nelle note e nelle parole di Skeleton Tree, l’album ma anche la canzone eponima, non a caso chiamata a chiudere il lavoro (tanto quanto Jesus Alone è stata messa lì, in apertura). Talmente tanto è cambiata la vita di Cave da aver in qualche modo cambiato anche la sua poetica, diventando una costante intorno alla quale non può che ruotare ogni suo pensiero, anche quando apparentemente rivolto ad altro, che si tratti del rapporto con l’arte o, appunto, col dolore. L’oscenità quasi pornografica del dolore messo in piazza senza filtri, del padre che si espone senza difese agli occhi e orecchi dei suoi fan, lascia attoniti, e in questo Skeleton Tree rischia di essere uno dei suoi lavori più riusciti, sicuramente più diretti. Avremmo tanto voluto non doverlo mai ascoltare, per Dio.