“La situazione è sotto controllo”. A dirlo è il ministero dell’Economia, primo azionista del Monte dei Paschi di Siena, dopo l’annuncio delle dimissioni dell’amministratore delegato Fabrizio Viola. Dimissioni maturate nel bel mezzo del tentativo di attuare il piano di salvataggio dell’istituto senese presentato a fine luglio e che prevede la cessione di sofferenze lorde per 28 miliardi di euro e un aumento di capitale da 5 miliardi a fronte di una capitalizzazione di Borsa inferiore a 700 milioni. Aumento di capitale che da settimane banca, advisor e governo stanno cercando di “alleggerire” studiando soluzioni alternative, quali ad esempio la conversione “volontaria” in azioni dei bond subordinati in capo agli investitori istituzionali, perché è sempre più evidente – come risulta anche dai sondaggi effettuati sul mercato – che la ricapitalizzazione rischia di fallire. Il problema è che dopo un processo di risanamento durato anni e tre aumenti di capitale-monstre, il Monte dei Paschi non è uscito dalla palude e, anzi, rischia nuovamente di affondare. Chi metterebbe soldi in una banca così? Lo stesso ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan ha dichiarato pochi giorni fa di non aver ancora deciso se sottoscrivere o meno la quota di propria competenza, il che è tutto dire.

Ma ha senso cambiare amministratore delegato in corsa in un momento tanto delicato? Secondo le indiscrezioni filtrate al termine del cda, in questi giorni le banche del consorzio di garanzia (JP Morgan e Mediobanca) avrebbero raccolto l’indisponibilità di diversi investitori a puntare su Siena in assenza di un passo indietro di Viola. E così da Roma, prima dell’inizio del consiglio d’amministrazione, sarebbe arrivata la telefonata risolutiva. L’aspetto sconcertante della vicenda è che però non sia stato contestualmente indicato un successore, cosa che fa pensare a una mossa – il cambio al vertice – più frutto di improvvisazione che di ponderazione. Se il successore deve essere ancora individuato (circola con insistenza il nome di Marco Morelli di Merrill Lynch, ma non è l’unico nome a circolare), si rischiano di perdere preziose settimane e si dà ancora una volta al mercato l’idea di una banca e di un Paese allo sbando. Questa volta la posta in gioco è alta: si rischia di far scattare il bail-in della terza banca italiana, con ripercussioni pesantissime per tutto il sistema bancario italiano e conseguenze disastrose per centinaia di migliaia di famiglie e imprese.

Basterà cambiare amministratore delegato per rendere automaticamente più credibile e appetibile MontePaschi e scongiurare il rischio bail-in? Difficile crederlo, così come è difficile immaginare che, nonostante le smentite, in questi giorni e in queste ore non si stiano valutando possibili alternative al piano presentato a fine luglio, la cui realizzazione pare tutt’altro che semplice. In seguito alla risoluzione di Banca Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti e alla creazione del fondo Atlante, il settore finanziario italiano ha quasi esaurito le munizioni e di cavalieri bianchi non se ne vedono: Andrea Bonomi, tirato per la giacchetta nei giorni scorsi per partecipare al salvataggio dell’istituto senese, si è tirato fuori dalla partita. Restano soprattutto gli investitori esteri. Nei giorni scorsi le banche del consorzio di garanzia avrebbero contattato, tra gli altri, i fondi sovrani del Qatar e del Kuwait. Affinché gli sceicchi o altri investitori puntino un chip su Siena togliendo le castagne dal fuoco al governo occorre però aver previsto lucrose contropartite, perché se l’investimento in MontePaschi fosse un buon affare non ci sarebbero problemi a coprire l’aumento. Cosa verrà concesso in cambio di questo “aiuto”? Le dimissioni di Viola sono forse da leggere in quest’ottica? Lo si capirà presto e un primo indizio lo si avrà dall’andamento del titolo alla riapertura del mercato: un’eventuale bocciatura non deporrebbe a favore dell’operazione. Tempo per rimediare ce n’è ancora, ma la sabbia nella clessidra scorre inesorabile.

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