“Nel primo giorno di set, quando ho posizionato la macchina da presa per inquadrare Natalie Portman truccata da Jacqueline Kennedy pronta per recitare, l’ho guardata e le ho detto ‘questa distanza non va bene, vieni più vicino… più vicino… ancora più vicino’. Ecco, solo a questo punto è nato Jackie”. Non potevamo che iniziare così, dalle parole del regista cileno Pablo Larrain per spiegare l’essenza espressiva del film più affascinante di questo Concorso di Venezia 73. Jackie, ovvero il biopic su Jacqueline Kennedy. Filmare l’anima, diceva qualcuno. Larrain specifica: “Volevo raggiungere qualcosa di intimo per sentire quello che sentiva lei”.

Elegante, attraente, sofisticata, Jacqueline Kennedy, vedova JFK, era lì al fianco del presidente quando lo assassinarono a Dallas. Addosso il vestitino rosa bordato di viola, cappellino e guanti schizzati di cervella presidenziali, il trauma della morte spiaccicato addosso, il dolore della rinascita stampato sul viso dolce e impenetrabile. Jacqueline è il puntino chiaro che si muove frenetico nel frame consegnato alla storia dall’involontario Zapruder. Dov’eri quando sparavano al presidente? Jackie fu il testimone più prossimo, quello che sentì il sibilo delle pallottole, rumore da fucile da caccia, testa di John spappolata tenuta stretta in grembo per chilometri. Momento che Larrain addirittura azzarda riprendere con un camera-car da dietro l’auto presidenziale in corsa, posa plastica di una delle guardie del corpo sul baule della macchina a riparare l’impossibile, profondità di campo oltre il cofano a mostrare il vuoto del mondo attorno a Jackie e John piegato su di lei.

Inquadratura dell’assoluto, vertice della piramide della celebrità planetaria coperta di sangue, Jackie è una monumentale sinfonia dell’illusione storica che non era riuscita a nessun regista “americano” fino ad oggi. Ci voleva un cileno per mostrare un dietro le quinte che comprendesse una nuova angolazione dell’immagine pubblica della prima iconica e mediatica first lady, ed inventasse un credibile privato tra marmocchi traumatizzati e vicepresidenti in sfregola per giurare sulla Bibbia e diventare presidenti. Larrain è un regista che prima di tutto vuole mimetizzarsi con l’atmosfera, i cromatismi, i vestiti, le pettinature, le parole e il ritmo peculiare del momento storico che vuole raccontare. Ricordate Tony Manero e Post Mortem? Oppure quel Neruda che ancora deve uscire in Italia, o No – I giorni dell’arcobaleno?

Avete presente che alla prima inquadratura subito si pensa: ma come ha fatto questo qui a sporcare, corrompere, rivoluzionare l’immagine facendola sembrare una traccia identica a quella di quel dannato 1988 o 1977 che abbiamo visto in un tg, in un filmato d’archivio, su youtube? In Jackie, Larrain va addirittura oltre. La mimetizzazione è totale come set “studio ovale” e “casa bianca” (studi di posa parigini, pensate un po’), ma questa volta c’è anche un altro scalino superato: quello del doppiare la notorietà di un viso e corpo celebre, senza appesantirlo da maschere e macchiettismo. Natalie Portman è Jacqueline nella voce, nell’attaccatura dei capelli, nelle vene e nei nervi sul collo, nel sorriso un po’ forzato e fisso dell’originale, negli abiti che indossa, nel peregrinare scossa e sconnessa tra un atterrito Bobby Kennedy e il codazzo di assistenti e segretarie. “Non volevo solo imitare qualcuno, ma creare un illusione che parlasse di dolore, bellezza e desiderio”, ha spiegato l’autore de Il Club. Ecco che il valore estetico di Jackie si può cogliere proprio in questa profonda essenza di stile e di rigore dello sguardo. Nella versione dei fatti e del sentire di Jacqueline che nel film prende le mosse dal reporter di turno che raccoglie la sua testimonianza dalla tranquilla magione del Massachusetts in cui la donna si è rifugiata dopo essere stata fatta sloggiare dalla Casa Bianca. Il dialogo tra i due è serrato, ma il tempo cinematografico fa riemergere il ricordo.

E allora Jackie – il film – diventa flusso di coscienza che fluttua regale nella memoria personale della first lady: il post omicidio del marito, quel vagare nelle stanze presidenziali dopo la sua morte, il viaggio di ritorno con la bara di John sull’aereo sovraffollato del ritorno da Dallas, i frenetici preparativi del funerale, il confronto con un prete cattolico (John Hurt). Un andirivieni di tracce passate sormontato dalla dimensione del mito, dal senso di vertigine raggiunto nello scalare sistema sociale e politico. “Nessuno dimentichi che ad un certo punto è apparso un fugace barlume di gloria”, suona il disco del musical di Camelot sul grammafono presidenziale dei Kennedy. Jackie sta arrampicato regalmente su questo alto cavalletto della storia e della popolarità mondiale. Se questo non è Leone d’Oro 2016, e una sicura candidatura agli Oscar per la Portman, diteci voi che film bisogna fare per vincerlo. Partitura d’archi stridenti e gravi di Mica Levi (Under the skin), produzione fortemente voluta da Darren Aronofsky. Imperdibile.