Il Mecklenburg-Vorpommern è grande come la Lombardia ma ha gli abitanti delle Marche: 1,6 milioni di persone, il 2% scarso della popolazione tedesca. In questa regione sperduta dell’ex Ddr a nord di Berlino, tra la Polonia e il mar Baltico, domenica 4 settembre la Cdu di Angela Merkel è stata superata, per la prima volta, da Alternative für Deutschland (AfD, Alternativa per la Germania), un partito nato nel 2013 per protestare contro la politica di salvataggio dell’Euro e oggi concentrato, con una passione monomaniacale, sulla paura per i rifugiati. Non importa se in Meclemburgo-Pomerania Anteriore nel 2015 ne sono arrivati solo 23.080 sui 1,1 milioni che ha accolto l’intera Germania: la paura è paura e se ne sbatte dei numeri e delle percentuali.

Giocando sulla paura, in tre anni e mezzo AfD è entrata in nove consigli regionali con consensi che variano dal 5,5% di Brema al 24,3% della Sassonia-Anhalt, ha eletto due parlamentari europei (con il 7,1%, nel 2014) e alle politiche del 2013 ha mancato per un pelo lo sbarramento del 5%. Ma erano altri tempi, si sparava ancora contro l’Euro – una questione che scalda relativamente poco i cuori – e la leadership del partito era troppo acerba. In base ai sondaggi del secondo canale pubblico Zdf (riferiti al 12 agosto 2016) se si votasse oggi per le politiche AfD otterrebbe l’11%, il partito di Merkel (Cdu/Csu) scenderebbe di 6,5 punti al 35% e i socialdemocratici della Spd, che sono parte della Grande Coalizione con Cdu/Csu, si fermerebbero al 22% perdendo altri 3,7 punti nella loro inarrestabile caduta verso l’insignificanza politica (alle politiche del 1998, ai tempi d’oro di Gerhard Schröder, erano arrivati al 40,9%).

Alle politiche del settembre 2017 ci saranno molto probabilmente i numeri per un’ennesima Grande Coalizione. Con Alternative für Deutschland, infatti, non vuole allearsi nessuno. E’ vero, l’anima presentabile del nuovo partito ha raccolto esuli dell’ala destra della Cdu in fuga dalle politiche merkeliane (considerate troppo socialdemocratiche o addirittura verdi), ma AfD ha anche un’ala di estrema destra, genuinamente razzista e molto vicina al movimento anti-islamico Pegida, che flirta con il variegato mondo marrone dei post nazisti, radicati soprattutto nell’ex Germania est. Un’area che in Germania, a differenza dell’Italia, è considerata una sorta di “paria” a livello politico. Alternative für Deutschland è inoltre un partito di protesta. In base a un sondaggio di Infratest dimap, il 67% lo voterebbe perché “deluso dagli altri partiti”. Solo il 24% sarebbe convinto delle idee che stanno alla base del programma.

Con premesse del genere è difficile che AfD finisca per rappresentare una vera minaccia per i partiti tradizionali a livello nazionale. La vera battaglia, nei dodici mesi che ci separano dalle politiche, si svolgerà tra le fila dell’Unione (Cdu/Csu). I bavaresi della Csu si daranno il cambio con la debole frazione anti-Merkel all’interno della Cdu nell’alzare la voce contro la Cancelliera, chiedendole un’inversione di rotta sulla politica di accoglienza dei rifugiati. Al momento l’Unione non ha candidati alternativi, ma le scadenze elettorali prima delle politiche non mancano: nei prossimi nove mesi si voterà in quattro regioni, tra cui Berlino e la Renania settentrionale, il Land più popolato del Paese. Se la Cdu dovesse continuare a perdere consensi, a fronte dell’avanzata di AfD, potrebbero spuntare le prime candidature alternative.

Per rimanere in sella, Merkel dovrà cambiare prima di tutto la sua strategia di comunicazione, cercando di parlare meno al cervello e più alla pancia dei cittadini. Prendendo sul serio le loro paure, per quanto irrazionali, e trasmettendo qua e là qualche briciolo di emozione. Allo stesso tempo, in politica estera, dovrà cercare stare in equilibro sull’accordo sciagurato con la Turchia di  Erdogan, che ha frenato l’afflusso di profughi (nel 2016 dovrebbero essere “solo” 300.000). Non è una sfida facile, ma considerando le alternative c’è da augurarsi che possa vincerla.