Si è concluso ieri il processo per l’impeachment della Presidenta Dilma Rousseff. Il processo è stato trasmesso quasi integralmente da Globo News. Per la prima volta Dilma ha avuto un impatto mediatico positivo anche su quelli che potevano essere suoi oppositori. In generale, a parte qualche scontro verbale, la vicenda si è svolta pacificamente, educatamente e mostrando una compagine di persone seriamente intenzionate a spiegare pacatamente le proprie ragioni, a parte qualche momento in cui si sono alzati leggermente i toni. Viene da chiedersi per quale ragione non possa essere sempre così, in Brasile, come in Italia, come altrove.

Durante il dibattito ci sono stati manifestazioni e scontri a Brasilia e San Paolo. Sostenitori e detrattori della Presidenta. Come accadeva già prima. Di fatto l’impeachment è stato confermato, nonostante tra i sostenitori della Rousseff ci siano numerosissimi intellettuali e artisti di rilievo. Fin qui la cronaca. Vediamo se si può aggiungere qualche elemento di riflessione in più. Dilma, che si è difesa come una leonessa e che ha spiegato nei dettagli i motivi del suo operato, è stata accusata, tra le altre cose, di favorire, più che le classi povere, le banche private e i ricchi. Anche se le accuse principali si riferivano ad altri fatti, come la presunta violazione della Costituzione.

Ha parlato di priorità dell’educazione, ma la situazione scolastica pubblica è spaventosa. Mentre sul piano economico, al di là degli aspetti macroscopici della situazione, è interessante vedere cosa succede alla gente comune. L’alimentazione è basata principalmente su riso e fagioli. Tralasciando il fatto che questi, grazie alle normative brasiliane, sono devastati dagli agrotossici (di cui diversi proibiti in Italia e altri paesi), il loro prezzo è sensibilmente aumentato. I poveri sopravvivono grazie a questi alimenti.

La responsabilità di tale situazione di sicuro non si può imputare a una sola persona e gli stessi che l’hanno destituita non è che siano gli esseri più limpidi del paese. È probabile che per le classi più deboli non cambi nulla. Ma vediamo in pratica cosa significhi la forbice economica in Brasile. È necessario avere idea della differenza di valore del denaro tra poveri e semplici benestanti. Per i poveri una banconota da due Reali ha un significato serio. Con tre o quattro di quelle si può accedere a un sostanzioso piatto di riso e fagioli, magari con un po’ di carne e verdure. Per un benestante quella banconota (circa 55 centesimi di euro al cambio attuale) è una cosa che ti dimentichi nel cruscotto e ti può servire per levarti dalle scatole, distrattamente, un mendicante al semaforo.

Mentre in molti quartieri di Rio è un trionfo di centri commerciali pacchiani o pretenziosi, sulla sommità dei morros (colline con le favelas – n.d.r.) ci sono ancora le baracche di legno, gente con l’elefantiasi alle gambe coperta di stracci, altra che vive nei rifiuti. Lo sgangherato sviluppo del Brasile attualmente non è altro che quello allineato a tutti gli altri paesi sviluppati e in via di sviluppo. Ovvero, come spiega qualsiasi economista, senza sforzo di creatività alcuna, devono aumentare i consumi, aumentare il Pil, aumentare i posti di lavoro, specie nell’industria e aumentare le industrie, con conseguente aumento del fabbisogno energetico. Tutto qui. Lo sappiamo tutti.

In un simile contesto non si può che concepire il miglioramento della bruttura delle favelas con la loro distruzione e sostituzione con case popolari o casette tutte uguali ben allineate. Mentre i favelados (questo il nome dei loro abitanti, con una certa connotazione negativa) per togliersi dai pasticci non hanno altra scelta che abbandonare i loro antichi costumi e tradizioni ed entrare nella famigerata e agognata classe media. Quella con un po’ più di potere d’acquisto che produce famigliole pretenziose, con scarsa educazione, poca creatività e smaniose di cominciare anche loro a consumare il più possibile. È un loro diritto. Di fatto si ritrovano a scimmiottare, con qualità inferiore, la vita dei ricchi e dei benestanti del resto del mondo (scusate la schiettezza, ma tant’è).

Sembra non ci siano alternative. Mentre invece a mio modesto avviso ci sarebbero eccome, per quanto utopiche possano sembrare. I segnali di un cambiamento diverso si stanno già umilmente delineando, proprio nelle favelas. Uno di questi, ne parlerò più approfonditamente in una prossima occasione, è lo sviluppo di un turismo sociale consapevole, sostenibile e inclusivo all’interno delle favelas stesse, gestito interamente dai loro abitanti. Le favelas sono incubatori di sviluppo sociale creativo ed educativo di grande rilievo. Proprio qui sono nati in passato il Samba e il Carnevale, insieme ad arte e artigianato di altissimo rilievo.

Nelle favelas sono nati grafiteros che adesso espongono a Berlino e a New York. Vi si trovano tuttora artigiani che hanno visto i loro prodotti recensiti su testate come Vogue. Gli aspetti di interesse turistico delle favelas sono innumerevoli e non hanno niente a che vedere con l’interesse morboso di ricchi e benestanti che vanno a “vedere la miseria”. Ma è un discorso lungo e complesso che avrò modo di sviluppare in seguito.

Per tutto ciò non esistono quasi programmi di sviluppo alternativi sostenuti da governi e amministrazioni. La gente umile deve arrangiarsi da sola, tra mille difficoltà. L’alternativa è piegarsi al mainstream economico e trovare un umile posto di lavoro in qualche ufficio o industria o, ancora, continuare a delinquere o a vivere di elemosine o espedienti. Mentre in realtà le opportunità di sviluppo turistico sarebbero enormi. Basti pensare che il Brasile, con 210 milioni di abitanti, ospita circa 6 milioni di turisti l’anno dall’estero (anche se purtroppo in buona parte per turismo sessuale). Mentre, per esempio, nella sola Parigi i visitatori sono circa 30 milioni l’anno.

Lo stesso discorso vale per gli indios, devastati dalle idroelettriche, necessarie allo sviluppo economico di chi non vede altro che il crescere delle industrie e dei commerci, dalla violenza dei fazenderos, spesso spalleggiati dalle polizie, dalla siccità. Inutile dire che, anche in questo caso, al di là dell’inestimabile valore umano e spirituale di queste popolazioni, che rappresentano le radici dell’umanità, ci sarebbe quello meramente turistico, ricchissimo. Un turismo educativo e culturale di altissima qualità che, ironia della sorte, contribuirebbe seriamente allo sviluppo del così importante Pil, salvaguardando l’ambiente naturale e umano.

Utopica fantaeconomia? Io non credo. Credo piuttosto sia un possibile sviluppo futuro di cui forse prima o poi si renderanno conto anche politici ed economisti. Nel frattempo occorre accontentarsi che perlomeno sia salvaguardata un minimo di democrazia, che garantisca, almeno, molto più terra terra (cosa che non ha fatto di sicuro nel recente passato), che i miliardi del caro vecchio amato indispensabile petrolio non finiscano in conti privati all’estero.