Nel marasma generale dei social network alle prese con la terribile tragedia del terremoto che ha colpito l’Italia centrale, tra polemiche sterili e pretestuose e i soliti noti che raccattavano like tra le macerie, c’ha pensato Enrico Mentana, tra gli altri, a mettere ordine, a ricordarci quanto possono essere utili i social durante emergenze del genere, a bastonare gli haters di professione e i leoni da tastiera e a nobilitare il rapporto che può e deve esserci tra informazione e social network.

Lo ha fatto usando la sua seguitissima pagina Facebook (ha abbandonato Twitter ormai molto tempo fa, proprio in seguito a una infinita polemica), miscelando sapientemente post di informazione pura, di servizio e con alcune sferzanti puntualizzazioni rivolte soprattutto a chi, in un momento così difficile e drammatico per tutti, non trovava di meglio da fare che imbastire polemiche e lanciare teorie complottarde a macerie ancora fumanti. Il primo post del direttore del Tg La7 su Facebook è delle 4.58 di mattina del 24 agosto, a meno di un’ora e mezza dalla scossa del sesto grado della scala Richter che ha distrutto Amatrice e ha provocato centinaia di vittime: “Contiamo di partire alle 6.45 con una edizione continua di notizie aggiornamenti e collegamenti. Bisogna attendere la luce del sole per avere in quadro reale degli effetti delle scosse di terremoto di questa notte, ma la situazione è purtroppo grave. Non possiamo, neanche qui, avventurarci a diffondere le notizie non controllate che arrivano dalla rete. Vi aggiornerò su quel che saprò di certo”. Fin da subito, insomma, Mentana aveva capito che il rischio di una escalation di castronerie, visto l’andazzo generale sui social, era dietro l’angolo e tentava di mettere in guardia i suoi tanti lettori e fan dai facili isterismi e dalle strumentalizzazioni che il Web rischia di sempre di provocare.

I post successivi, invece, riguardavano le prime notizie confermate di crolli e vittime, sempre riportate citando le fonti ufficiali e le forze dell’ordine, per non generare confusione nel lettore. Nel frattempo, molti siti web di testate anche importanti non riuscivano a star dietro al flusso di notizie, contribuendo involontariamente a confondere e non certo a informare. Il profilo facebook di Mentana, dunque, alle prime luci dell’alba riusciva a informare su Facebook molto più dei siti di informazione, a dimostrazione del fatto che i social network, se usati a dovere, possono diventare molto più pervasivi ed efficaci dei media tradizionali. Ma il direttore i social li conosce bene e quindi conosce bene anche i mostri che possono generare. Quando, dunque, su centinaia di profili twitter e facebook cominciavano ad apparire status deliranti che mettevano insieme vicende diversissime tra loro come il sisma e l’emergenza profughi, Mentana ha voluto mettere subito le cose in chiaro: “Non si era ancora al tramonto della prima giornata dopo il terremoto e già la pestilenza del web tornava a diffondersi: “nelle tendopoli metteteci gli immigrati, così lasciano agli sfollati le camere negli alberghi a 5 stelle”. Ed è evidente che non gli interessa né degli uni né degli altri. Vogliono solo contribuire a loro modo, versando bile”.

Ma Mentana, tra dirette infinite e impegno da direttore, evidentemente ha trovato anche il tempo, come del resto fa tutti i giorni, conquistando le simpatie di molti, di rispondere ai commenti più assurdi, quelli che praticamente confermavano la sua teoria sulla “pestilenza del web”. Lo ha fatto a modo suo, dedicando ai polemici lettori poche e sferzanti parole, come al solito pesate e ragionate, messe insieme con una perizia e un’efficacia da standing ovation. È bastato uno sconfortato “Mamma mia”, ad esempio, per azzittire un signore che se la prendeva con l’Europa, che parlava di “Italia colonia” e un altro che inspiegabilmente faceva l’equazione terremoto = bisogna votare no al referendum di Renzi.

Ma i polemisti duri e puri hanno attaccato anche la raccolta fondi che il TgLa7 ha lanciato con il Corriere della Sera per aiutare le vittime del terremoto, mettendo persino in dubbio la buona fede dell’iniziativa, e anche in quel caso Mentana ha ritenuto opportuno rispondere con uno status ad hoc: “Allora, vediamo di essere molto chiari. La solidarietà non è un obbligo, ma il suo contrario. È uno slancio, un gesto di vicinanza e di orgoglio comunitario, un atto di amore per il prossimo. Non è una tassa. Quindi, cari odiatori di professione, care iene da tastiera, cari scettici in servizio permanente effettivo, cari dietrologi a 360 gradi, state tutti tranquilli: non c’è problema, non ci sarà il vostro aiuto, amen. Ma non permettetevi di mettere in dubbio né la buona fede di chi mette la faccia su una raccolta di solidarietà, né la solidità degli obiettivi, né il buon fine delle donazioni. È da ormai vent’anni che assolvo a quest’impegno insieme al Corriere: in giro per l’Italia, dall’Umbria alle Marche, da San Giuliano di Puglia al Friuli, dalla Sardegna alle Cinque Terre, fino alla scuola di Cavezzo in Emilia inaugurata due anni dopo il terremoto del 2012 trovate i risultati delle nostre raccolte di solidarietà. Sempre d’intesa con le comunità e senza disperdere un euro. Scrivo tutto questo per rispetto dei tanti che hanno donato in tutti questi anni e continuano a donare in questi giorni, ringraziandoli sempre: perché ci danno l’esempio silenzioso e appunto disinteressato di un’Italia normale, buona, migliore”.

È per risposte del genere che, secondo molti, Enrico Mentana è una sorta di Gianni Morandi del giornalismo, per quel che concerne l’utilizzo efficace dei social network. A differenza di Morandi, però, il direttore sembra utilizzarli con meno calcoli, meno strategia di comunicazione. Il punto è semplicemente che Mentana sa chi è, sa cosa rappresenta per il giornalismo italiano, per sua fortuna è dotato anche di una innegabile sicurezza dei propri mezzi, e dunque non ha problemi a dire le cose come stanno, senza filtri, senza paura di inimicarsi questo o quel gruppo (organizzato o meno) di commentatori.

E solo poche ore fa, quasi a rispondere ai tanti che sul web cominciavano ad esaltarlo o insultarlo (siamo il Paese dei guelfi e ghibellini e sempre lo saremo), Mentana ha spiegato una volta per tutte da cosa nasce la volontà di usare i social non solo per informare ma anche, e a volte soprattutto, per smontare la disinformazione e mettere al loro posto i bulletti da tastiera: “Tanti mi chiedono perché prendo così di petto gli avvelenatori del web: che male ti fanno? Fanno male a tutti, nel momento in cui un intero paese vive ore difficili. Prendiamo quello che è l’esempio più evidente, che tutti abbiamo incrociato: quell’enorme fesseria secondo cui l’intensità del terremoto sarebbe stata limata ad arte dal nostro istituto di geofisica per permettere allo stato di non pagare i danni. Avete presente, vero? Il solito testo virale, di cui a volta a volta Tizio o Caio si assume la paternità, come fosse una scoperta da lui fatta personalmente. […] Nelle prime ore di una tragedia che ha cancellato centinaia di vite umane c’è gente che invece di prendere a cuore la sorte di un pezzo del paese pensa bene di avvelenare i pozzi, confezionando bufale che creano sconcerto, diffidenza, avversione, sfiducia e odio sociale, nel momento che dovrebbe essere della solidarietà. 
Qualcuno ora salterà su: non è vero che è una bufala! Lo è, ve l’assicuro, ed è pure peggio. Emerge infatti periodicamente dopo ogni sisma. La prova? Eccola: quattro anni fa il link di un articolo che faceva a pezzi lo stesso fattoide. 
Non solo, ma in quella stessa occasione una figura non certo ignota alla militanza del web spiegava che la stessa bufala era emersa già nel 2009. Ecco lo chiedo alle persone vere, con nome e cognome, che usano il web per informarsi e comunicare, per condividere e unire: ma che virus mai è questo?”.