Se c’è un organismo di polizia che si rivela sempre più indispensabile nell’attuale contesto di globalizzazione, caratterizzato da un’accresciuta e apparentemente incontrollabile mobilità dei capitali, con tutte le connesse possibili conseguenze negative in termini di evasione fiscale, diffusione della corruzione, speculazione finanziaria, crescita della criminalità e persino sostegno al terrorismo, questo è rappresentato dalla Guardia di Finanza. E possiamo ben dire che i finanzieri, nonostante le poco apprezzabili imprese di taluni vertici legati al potere politico, in particolare del chiacchieratissimo generale Toschi, stiano nel complesso rispondendo in termini soddisfacenti alle aspettative della collettività nazionale. Molti limiti, ad esempio in termini di recupero delle imposte inevase, sono infatti ascrivibili a un ceto politico degenere, tuttora intriso, con rare eccezioni, degli interessi di coloro che hanno tutto da guadagnare dall’inefficienza dello Stato.

Molto c’è ancora tuttavia da fare per rendere ancora più importante e decisivo il contributo della Guardia di Finanza al raggiungimento degli obiettivi costituzionalmente previsti. Sul piano della professionalità, si richiede un aggiornamento continuo degli operatori per rispondere alle sfide dell’economia globalizzata e poter così perseguire senza pietà coloro che approfittano delle evidenti carenze della legislazione nazionale e internazionale per farsi i loro sporchi interessi individuali a spese di quelli della collettività. Basti citare, nell’ambito della cronaca più recente, da un lato la scelta di Marchionne e di quello che resta della famiglia Agnelli di trasferire all’estero, per pagare meno imposte, anche la parte finanziaria di quella che un tempo era la Fiat, azienda che ha ricevuto 7,6 miliardi dallo Stato solo negli ultimi 39 anni, per non parlare degli operai che sacrificarono o posero a repentaglio la propria vita per la difesa dei macchinari dagli occupanti tedeschi. O, in positivo, l’iniziativa del governo ecuadoriano di rivolgere un appello alla Santa Sede contro i paradisi fiscali che sottraggono risorse allo sviluppo e alla realizzazione dei diritti umani più elementari per metterle al servizio della finanza parassitaria.

Problematiche di portata decisiva che richiedono un personale di elevata professionalità e consistente motivazione. Ma anche dotato di diritti di espressione, organizzazione sindacale e partecipazione democratica che si rivelano essenziali per sottrarre questi organismi al controllo delle cricche e tramutarle in un atout di importanza fondamentale collegato alle istanze migliori della cittadinanza e alle sue esigenze concrete. Da questo punto di vista va valorizzato e aggiornato un organismo come il Consiglio centrale di rappresentanza (Cocer) introdotto dalla legge sui principi della rappresentanza militare frutto delle lotte svolte negli anni Settanta da finanzieri, poliziotti, carabinieri e militari. Per avanzare ancora di più su questa linea ben 400 finanzieri hanno presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo (che di recente si è pronunciata affermando il diritto dei militari francesi di costituire un’organizzazione sindacale nel caso ADEFDROMIL) un ricorso per ottenere il diritto a una vera e propria organizzazione sindacale.

A fronte di queste richieste legittime e anzi doverose il governo si è attestato su di una linea che, secondo il giudizio del Cocer della Guardia di Finanza non solo risulta inidonea al raggiungimento dell’obiettivo di un moderno ed efficiente sistema di rappresentanza ma anzi determina forti distorsioni al funzionamento di quello attuale che pure è inefficiente. Linea che occorre sconfiggere e superare per ottenere finalmente quello che i finanzieri vogliono e cioè una legislazione e uno status finalmente compatibili con le loro aspirazioni di “cittadini orgogliosi di svolgere la loro funzione di operatori del diritto, che quotidianamente affrontano questioni complesse assieme ad altri pubblici dipendenti appartenenti alle magistrature, alle autorità indipendenti, alla Pubblica amministrazione. Professionisti che vedono apprezzata la propria competenza giuridica, ma che si sentono profondamente frustrati dal non poter, al di là di ogni ragionevolezza, tutelare adeguatamente i propri diritti”.