Ma perché nessuno sta dicendo: “Cara Turchia, tu in Europa non ci entri”? Cos’altro deve fare Erdogan per provocare non lo sdegno ma la chiusura di un dossier ancora aperto finalizzato all’ingresso di Ankara nell’Ue?

Dopo un golpe i cui contorni sono tutt’altro che chiari (sarà la storia a raccontarci la verità dei fatti, un giorno lontano…), Erdogan sta mettendo in pratica una repressione prodromica alla grande riforma costituzionale che egli ha in mente da anni. Golpe e repressione sono legati da un nesso eziologico pericoloso, il cui risultato finale è antitetico rispetto a quei principi e a quei diritti che l’Europa rappresenta come pilastri costitutivi.

Erdogan non può avere il consenso di chi in Europa dice di essere impegnato nella costruzione politica del suo grande edificio perché le due costituzioni ideali sono lontane e incompatibili.

I cittadini europei stanno vivendo con ansia accadimenti estremi e non trovano un riparo né nella costituenda Unione né nelle destrutturate nazioni. Avanti di questo passo davvero finiremo con l’essere terra di conquista, quel ventre molle che talune comunità politiche (Daesh) hanno già individuato. E’ assurdo. La lotta al terrorismo è diventata protezione dal terrore perché se oggi in Francia fischiano il capo del governo significa che il sentimento unitario, il sentimento nazionale ha lasciato il posto alla paura di essere nudi.

E ancora. E’ assurdo sottovalutare l’impatto migratorio, il che non significa soltanto “dove” e “come” assegnare i “quanti” che arriveranno. Avere un’idea politica sull’immigrazione significa ragionare sull’impatto culturale e sociale che una identità forte innerva all’interno delle comunità nazionali. In Europa ci sono state e ci sono tuttora diverse politiche di integrazione, assai diverse tra loro (da quella assimilazionista francese al multiculturalismo britannico passando per le esperienze tedesca e belga o italiana); quale vuole essere il modello europeo? Boh. Non se ne parla. Però ci si incazza se i britannici non vogliono essere né invasi né avere la percezione di questa invasione. Già, perché quando le cose non sono come vorrebbero i soloni si parla sempre di percezione pensando di buttare la palla in corner. Ma non avere un posto di lavoro, assistere alla progressiva riduzione dei diritti del lavoratore, vivere da indebitati, fare a spallate per una casa popolare o per un posto all’asilo o a scuola non sono una percezione ma una piega che prendono le vite di molte persone. E su cui tromboni della retorica si esercitano bellamente.

Ultima boiata sul tema è del ministro Maria Elena Boschi. La quale, evidentemente in trance agonistica è arrivata a sostenere che un sì alla riforma costituzionale è un sì ad una Italia più sicura e meno esposta anche ai pericoli del terrorismo. Beh certo, dopo aver raccontato che sarà una riforma che taglierà i costi della politica e che ci renderà più moderni, ci sta pure che nel cacciucco ci finisca la guerra tra il bene il male.

La Boschi, se davvero volesse fare la lotta al terrorismo, poteva dire che lei, la Turchia di Erdogan, in Europa non la vuole, perché i suoi principi riformisti non sono per nulla compatibili con quelli del leader di Ankara. Invece il suo capo, Matteo Renzi, si è schierato a favore di Erdogan al pari della Merkel, di Hollande e di Obama. Prendere le distanze con i metodi repressivi post golpe è acqua fresca. Sui tavoli di Bruxelles è ancora aperto un fascicolo per l’ingresso della Turchia in Europa.

O qualcuno rivendica il superamento o qualcuno è di troppo.