Voglio scrivere su ciò che mi ha più colpito del tentato colpo di stato in Turchia. Non sono esperto di Turchia ma di “dirette” di avvenimenti tumultuosi sì (a Radio Popolare) e qualcosa so anche di colpi di stato.

L’aspetto più stupefacente e sconcertante delle ore passate a seguire le dirette tv e internet è che si vedevano le immagini di gente in piazza con le bandiere turche e non si capiva se erano scesi per sostenere il golpe o per contrastarlo.

O meglio: il sospetto che fossero lì per contrastarlo l’avevo, ma – oscillando tra Rai news e La7 – i giornalisti dicevano altre cose, o erano incerti. A un certo punto è stato detto addirittura che i carri armati abbandonavano l’aeroporto per farsi sostituire da gruppi di civili sostenitori del “nuovo ordine“. No, non mi sembrava logico. Vero è che le immagini erano di gente che a tratti sembrava festante, probabilmente perché esaltati dal loro coraggio collettivo, dalla sfida che stavano portando, “a mani nude di fronte ai carri armati”. Ma erano in piazza per stoppare il colpo militare. Certo con un pochino più di organizzazione e di intuito anche i nostri giornalisti avrebbero capito subito che aria tirava. Ma non è questione di professionalità giornalistica, c’è stata un po’ di incertezza davvero nelle cose, e comunque ciò a cui abbiamo assistito – non credo sia stata una messa in scena – è raro se non inedito. Migliaia di persone disarmate, senza neanche tirare sassi, sono riuscite a scoraggiare soldati che evidentemente erano di leva e non sapevano bene che cosa stavano facendo.

Nel lontano settembre 1973, a Santiago del Cile, avevo per qualche decina di minuti ( purtroppo non di più) sperato che succedesse qualcosa del genere (anche se il precedente della gente in piazza a Praga attorno ai carri armati sovietici nel 1968 non aveva funzionato). Ma il colpo di stato in Cile era autentico, vasto, ben organizzato,con appoggi internazionali, e il Presidente, Allende, non aveva chiamato a scendere in piazza, anzi, aveva preferito uccidersi invece di dare il via a una guerra civile. Nei primissimi momenti dopo l’annuncio del colpo di stato in Turchia anche io – come molti, in Italia, in Europa, anche fra i turchi curdi – avevo sperato si trattasse di una operazione forte, indolore, quasi istituzionale, come il golpe buono della cosiddetta Rivoluzione dei Garofani del 1974 in Portogallo. Un sentimento ingenuo, un pensiero poco approfondito, dettato dal giudizio negativo sul regime di Erdogan. Era un po’ assurdo e un po’ anacronistico pensare che le forze armate potessero impadronirsi del potere senza consenso popolare, oppure che potessero averlo, il consenso, tornando indietro con la storia. Come i golpisti che fallirono in Venezuela contro Chavez o in Russia contro Eltsin. Talvolta l’esercito può giocare un ruolo di pace e di sicurezza interna, ma non prendendo il potere con un colpo di stato.

Sono stupito che ancora tante ore dopo fatti alcuni amici di Facebook (gente di sinistra) scrivano che i golpisti avrebbero dovuto andare fino in fondo e sparare. Tien An Men? Così come sono preoccupato dagli atteggiamenti di vendetta che circolano in Turchia. Qualunque violenza contro chi si è arreso o comunque è stato fatto prigioniero è inaccettabile, e va denunciata. Ho visto però anche poliziotti lealisti arrestare e scortare quasi fraternamente i soldati mandati dai golpisti, come comprendendo la loro buona fede.

Non ci sono soluzioni valide senza rispettare i diritti umani, è a questo che dobbiamo tendere, sempre. Vorrei illudermi che la sconfitta del golpe ad opera di una mobilitazione non violenta insegni qualcosa, anche in Turchia, veicoli idee di partecipazione non di prepotenza. E questo vale anche nel caso in cui dovesse emergere che il golpe sia stato più finto che vero, una provocazione, un incendio del Reichstag per dare ancora più potere a Erdogan.