Il 17 giugno 1972, quando l’Ungheria perse la finalina contro i padroni di casa e chiuse al quarto posto gli Europei in Belgio, fu una grossa delusione. A Budapest erano convinti di poter arrivare almeno sul podio. Perché l’Ungheria era una grande del continente. E nessuno, ma proprio nessuno, poteva pensare che quella sarebbe stata l’ultima partita della nazionale per i prossimi decenni: ci sono voluti esattamente 44 anni, per la precisione. La storia che ha trasformato il Paese ha cancellato la scuola magiara di Ferenc Puskas e Arpad Weisz. Perché da quelle parti il pallone è sempre stato legato a doppio filo alla politica, dallo statalismo sovietico alla dissoluzione del blocco comunista. E ancora oggi il ritorno a Euro 2016, e la possibile qualificazione agli ottavi di finale, si intreccia in qualche modo al nazionalismo di Viktor Orban.

Euro ’72 può essere ricordato in tanti modi: come il torneo del trionfo della Germania Ovest, 3-0 sull’Urss, per decenni la vittoria più larga in finale (fino al 4-0 di Spagna-Italia 2012). Oppure come l’ultimo Europeo della Grande Ungheria, capace di battere la Francia di Henri Michel e la Romania di Mircea Lucescu, prima di fermarsi in semifinale contro i sovietici. Quarta alla fine, in linea con i grandi risultati dell’epoca: due secondi posti ai Mondiali (’38 e ’54), seguiti da altri due quarti di finale negli Anni Sessanta, un terzo agli Europei ’64. Una habitué dei piani alti del pallone continentale. E non solo con l’Aranycsapat, il Golden Team di Puskas, Hidegkuti e Kocsis: anche dopo quella squadra irripetibile l’Ungheria ha avuto grandi giocatori, come Florian Albert (pallone d’oro nel ’67) o Ferenc Bene. Quella del ’72 era una nazionale giovane, che teneva Albert in panchina ormai in parabola discendente; non all’altezza delle precedenti, comunque di livello. Dopo, però, il nulla: agli Europei non si sarebbe più qualificata. Ai Mondiali tre partecipazioni fallimentari dal ’78 all’86, prima di scomparire definitivamente.

Fino a Euro 2016 almeno tre generazioni non avevano visto la propria nazionale giocare un torneo internazionale. E si sono interrogate a lungo sulle ragioni della crisi, senza trovare una risposta univoca. Tutte, però, portano alla politica. Secondo alcuni, l’inizio della fine risale alla Rivoluzione ungherese del ’56 e all’intervento delle truppe sovietiche: da quel momento nella popolazione maturò una certa disaffezione nei confronti del pallone, che del potere era sempre stato espressione. E che il potere cominciò a sua volta a trascurare, temendone un possibile effetto-boomerang: Puskas, infatti, dopo l’invasione dell’Armata rossa non fece mai più ritorno a Budapest, acquisendo la nazionalità spagnola. Di certo il regime comunista ha finito per soffocare la grande scuola magiara: non c’era comunicazione con l’Ovest, circolazione di calciatori, allenatori, idee. Così il calcio ha finito per invecchiare. Un paradosso, per chi con la sua versione del “Sistema” negli Anni Cinquanta aveva aperto l’era del pallone moderno. Poi la caduta del Muro e la fine della Repubblica popolare nell’89 ha rappresentato il colpo di grazia definitivo. I club ungheresi (ma questo vale un po’ per tutto l’Est Europa) erano troppo legati allo statalismo comunista per sopravvivere da soli, come società private. Per anni le pagine di quotidiani sportivi locali hanno riportato soprattutto notizie di bancarotte, stipendi non pagati. E sconfitte. Le squadre fallivano, le accademie chiudevano, campioni non ne sono nati più. E anche la nazionale è “morta”.

Poi qualcosa di recente è cambiato. Da bravo nazionalista, il primo ministro Viktor Orban ha deciso di puntare sulla rinascita del pallone per alimentare l’orgoglio magiaro. Ha lanciato il “programma Bozsik” per scoprire nuovi talenti, ha detassato gli investimenti nello sport per rinnovare gli impianti del Paese, ha costruito un’accademia all’avanguardia dedicata a Puskas per crescere i giovani (casualmente a Felcsut, paesino di 4mila abitanti che però ha il merito di aver dato i natali al premier). Ora, 44 anni dopo l’ultima volta, la nazionale finalmente è tornata agli Europei. Anche se la qualificazione è frutto soprattutto della riforma del torneo, con l’allargamento a 24 squadre che ha messo l’Ungheria nel girone-materasso con Grecia, Irlanda del Nord e Romania, regalandole poi uno spareggio abbordabile contro la Norvegia. Merito di Platini più che di Orban, insomma. E anche l’esordio trionfale contro l’Austria è un po’ casuale: in porta gioca ancora il vecchio Kiraly (40 anni, appena diventato il giocatore più anziano della storia del torneo), in mezzo i vari Dzsudzsak, Gera e Szalai, discreti giocatori che tirano da anni la carretta magiara. Una delle poche novità è Laszlo Kleinheisler, il ragazzino che ha segnato il gol della storica qualificazione ai playoff. C’è ancora tanto da fare, con o senza Orban. Anche se dopo la vittoria al debutto con l’Austria e il pareggio con l’Islanda, gli ottavi di finale sono ad un passo. Oggi a Euro 2016 c’è solo una nuova Ungheria. Non è grande, ma è già qualcosa.

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