I polemisti di professione, quelli che son sempre pronti a creare il caso anche dove non c’è, hanno trovato in Gomorra, la serie tv di Sky nata dal libro di Roberto Saviano, una gallina dalle uova d’oro.

È successo già durante la prima stagione (e anche con la seconda): Gomorra esalta un certo tipo di stile di vita criminale? Infanga l’immagine di Napoli e dei napoletani? Discussioni infinite di chi, evidentemente, continua a guardare il dito ignorando una luna piena che più piena non si può. Ma almeno si tratta di argomenti seri.

Capita però che ci si aggrappi a pretesti anche piuttosto ridicoli, ecco allora che la lecita polemica si trasforma in burletta.

È quanto sta succedendo da martedì sera, quando durante il nono (acclamatissimo) episodio di Gomorra Scianel, personaggio cult interpretato da Cristina Donadio, si è messa a cantare appassionatamente una canzone neomelodica utilizzando un vibratore dorato come microfono. Scena fortissima, intensa, tutt’altro che banale o volgare, che faceva da contraltare al tentato omicidio di Lelluccio, il figlio di Scianel.

Sui social è stato un trionfo sin da subito, a suggellare l’ingresso nel cult televisivo di questo personaggio così duro, feroce, e al tempo stesso assai femminile, materno in modo esasperante e senza scrupoli. Dal giorno dopo in poi, tuttavia, ecco che sono arrivate le proteste.

La prima è firmata Cinzia Oscar, la cantante neomelodica che interpreta “Nun so’ ‘na bambola”, il brano che fa sottofondo al bizzarro karaoke casalingo di Scianel. Con un lungo post su Facebook, l’interprete napoletana ha voluto esprimere tutto il proprio disappunto:

“Ho lasciato che passasse un po’ di tempo per poter dire la mia a mente fredda, dopo aver assistito alla scena di GOMORRA in onda ieri sera. Resto in primis dispiaciuta, poi sconcertata e allibita da ciò. Sapevo che questa mia canzone fosse stata scelta dalla produzione di questa serie. Non ho intascato nulla, a differenza degli autori Tommy Riccio e Casaburi che com’è giusto che sia hanno intascato una somma per i diritti ma hanno totalmente tralasciato la mia immagine e della canzone stessa, disinteressandosi, senza tutelarla e tutelarmi. Mai avrei immaginato di fare da sottofondo musicale a una scena, a mio parere, volgare in netta contrapposizione col significato della canzone. Non avrei mai acconsentito ad una cosa del genere. Gomorra continua ad essere una serie distruttiva per Napoli e anche per chi viene coinvolto, in questo caso io. Mi sono già rivolta al mio avvocato per avviare un azione legale contro la produzione e tutte le persone coinvolte in questa cosa. Sono in diritto di difendere la mia immagine, dopo anni di onorata carriera. Sono stufa di questo SISTEMA che infanga e non tutela”.

Il vibratore dorato, dunque, sembra il pretesto per rilanciare la solita accusa: Gomorra fa male a Napoli. Non la criminalità, nossignore, ma Gomorra, “colpevole” di rappresentarla con cruda efficacia in televisione.

Altra protesta è quella di Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale campano dei Verdi, che, interpellato dalla trasmissione radiofonica locale “La Radiazza”, si è così espresso sul “vibragate”: “Ci domandiamo se questa scena era necessaria alla fiction a mostrare uno spaccato di vita criminale o come invece noi riteniamo serve solo a far apparire le donne napoletane volgari e luride anche dal punto di vista sessuale. Donne deviate che utilizzano un vibratore come oggetto di uso comune e quotidiano”.

Polemiche apparentemente rivolte al vibratore dorato. Ma che rilanciano l’infinita ed esasperante disputa sul fatto che Gomorra faccia male all’immagine di Napoli. Una disputa che per quanto ci riguarda è stata magistralmente chiusa da Ilda Boccassini dalle colonne di Repubblica: “Gomorra ci mette in guardia contro il male, ci spinge contro un muro, non ci fornisce alibi, ci costringe a guardarci dentro. Ci invita a guardare con occhi sgombri da preconcetti e false ipocrisie e cioè che la realtà del sud, di Napoli, di Secondigliano, di Scampia… è anche quella rappresentata da Gomorra”.

Invece di continuare con pretestuose e inconsistenti lamentele, consigliamo a tutti di godersi il crescendo clamorosa di Scianel, personaggio cult di questa stagione.

Una donna spietata, che oseremmo definire elegantemente volgare, spigolosa, che come una leonessa si occupa di cacciare con inaudita ferocia per sfamare i figli (biologici o di “clan”, è lo stesso). E oltre all’aspetto prettamente criminale e camorristico, Scianel è anche l’esempio di un certo eccesso estetico e stilistico che non esiste solo al Sud, che è anche quello di molte donne (e molti uomini) delle periferie degradate delle città del Nord.

È un’immagine che forse dà fastidio a quegli italiani che vivono nel paese delle meraviglie e credono che tutti, da Cantù a Canicattì, vestano solo Armani o Ferragamo, perché in fondo siamo l’Italia, la patria della moda e del buongusto. E invece no. L’Italia è piena di Scianel, e l’aspetto criminale è solo una piccola parte della questione. È una faccenda tutta culturale e sociale che, senza dimenticare che trattasi di una serie televisiva, dovrebbe innescare una riflessione anche sullo stato di abbandono delle periferie italiane (da Nord a Sud) e delle devianze (anche solo estetiche) di chi ci vive.

Quando smetteremo di guardare il dito, forse potremo cominciare a parlare anche di questo.