Immaginate di vivere a San Francisco, la città dei giganti dell’hi tech, con un Nokia del 2001. Niente smartphone, per scelta. Si osserva di più armeggiando con penna e taccuino. Pensatevi nel mezzo di una città dove la gentrification spazza via dalla loro casa ultranovantenni e ong e dove il Super Bowl paralizza i vostri spostamenti. Con giorni di anticipo. Sognate di viaggiare coast to coast alla scoperta di Bruce Springsteen o dei movimenti ed eventi religiosi più insoliti, dall’Hunky Jesus Contest – “il concorso per l’elezione del Gesù più fico dell’anno” – fino alla messa di Saint John Coltrane. Sì, proprio lui. Quello di A love supreme, perché negli Stati Uniti il monumento del jazz – che si è disintossicato da alcol ed eroina col cristianesimo e le religioni orientali – può anche essere un’incarnazione terrena di Dio.

Sono sogni che percorrono vie reali lastricate di fango e asfalto quelli che racconta Silvia Pareschi ne I jeans di Bruce Springsteen (Giunti), che vanno dalla California dei cercatori d’oro alle terre del New England. Traduttrice di lungo corso al suo esordio da scrittrice, Pareschi ha fatto parlare in italiano le opere di Jonathan Franzen, Don De Lillo, Cormac McCarthy e molti altri autori, grandi della letteratura americana contemporanea. Vive a metà tra la West Coast e il lago Maggiore e già nel suo blog Nine hours of separation raccoglie aneddoti e paradossi della vita oltreoceano. Che sono quelli che animano i suoi dieci racconti, in equilibrio tra il mito della wilderness di Thoreau e l’eredità di Harvey Milk a San Francisco, dove un trasgressivo ordine di suore travestite – Sisters of Perpetual indulgence – si batte per promuovere “diritti umani e rispetto per la diversità”, a fianco di poveri ed emarginati. Tutto al motto non proprio ortodosso di di “va’ e pecca ancora”. Così come poco ortodosso è anche il Palazzo del Porno, ex arsenale della Guardia Nazionale – “una fortezza” – costruito nel 1912 e riconvertito in una location per set a luci rosse.

Silvia Pareschi foto internaSono racconti-reportage, cronache delle follie e delle variegate moltitudini umane degli Stati Uniti, così pieni di fascino e sorpresa ma anche così duri, ostili. Inflessibili ed esclusivi quando si parla di garantire servizi e dignità per tutti, perché tanto – tantissimo – si misura in dollari. E chi non ha soffre, lontano dalle garanzie europee dove anche chi non possiede nulla ha diritto alle cure. Principi scontati al di qua dell’oceano ma non negli Usa, dove il sistema sanitario è “peggio di una zecca”. Perché a chi non è upper class e ha un dente da sistemare conviene andare dal dentista sì, ma in Messico. E magari meglio estendere l’intervento ad altri due o tre molari per giustificare la spesa.

Un sistema che segrega di fatto i meno abbienti nelle case popolari-ghetto di Hunters Point di San Francisco, zona radioattiva che affonda in un terreno intriso di metalli pesanti, o che annega i suoi abitanti nella squallida e cupa Tenderloin. Ma oltre i confini della città della West Coast, la società americana – col suo intoccabile pursuit of happiness scolpito nella Costituzione – rivela la sua crudeltà anche nel 2005 in occasione di Katrina, quando chi non se ne può andare da New Orleans viene accatastato nel Super Dome. Potevano rimanere lì sono in 15mila, e invece finirono per essere in 25mila, mentre chi poteva era già fuggito, sbracciava sui tetti in cerca di aiuto o era armato fino ai denti per scongiurare sciacalli e criminali.

Silvia Pareschi attraversa con sensibilità e ironia le creature del turbocapitalismo hitech gonfie di gadget, munite anche di trasporti dedicati che finiscono per indebolire la rete pubblica. Loro, la nuova popolazione importata dai Google e Facebook della contemporaneità, ai diner preferiscono fast food “completamente automatizzati”, con portate senz’anima a base di quinoa e guacamole. Molto cool, con tutti i clienti – impiegati nel settore tecnologico e finanziario – in fila e appiccicati al loro smartphone. E l’autrice sa “di non appartenere a quella parte del genere umano la cui creatività viene stimolata dall’efficienza“.

Ma gli Stati Uniti sono anche molto altro. Sono la possibilità di avvistare forse, in lontananza, un puma. Sono la terra di frontiera selvaggia, le sedute di yoga in cattedrale o a base di marijuana (legale), il Massachusetts dove la domenica non si vende alcol perché sono ancora in vigore le blue laws dei puritani. E sono anche la possibilità di fare un viaggio in New Jersey sulle tracce del Boss circondati da emigrati italo-americani. Di conoscere il suo sarto, Ralph, che chissà quanti jeans gli ha rammendato, accorciato, allargato e ristretto quando ancora non girava il mondo, non aveva soldi e camminava per le strade di Freehold. E il sogno americano prevede anche di potere fare ritorno in Italia proprio con loro. Un paio di jeans di Bruce Springsteen.