di Pia Starace

Sono una ricercatrice universitaria, in servizio dal 2001, titolare di corsi dal 2006, professore aggregato dal 2009, abilitata alla seconda fascia nel 2012, in attesa di finanziamenti nella speranza di una prosecuzione della carriera. Leggo l’ultimo rapporto biennale Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione. Pare che l’Università italiana riesca ancora a raggiungere risultati apprezzabili nell’ambito della ricerca, e che il numero di immatricolati cresca dell’1,6%, in controtendenza rispetto al calo registrato a partire dal 2000. Il quadro viene descritto in termini consolatori evidenziando “il buon posizionamento internazionale dei risultati complessivi della ricerca dei nostri docenti e ricercatori, nonostante la progressiva diminuzione dei fondi accessibili alla ricerca scientifica di base e umanistica” nonché “la capacità complessiva del sistema italiano di erogare una didattica di qualità, nonostante l’alto rapporto studenti/docenti, con una spesa pro-capite relativamente contenuta”.

Tutto sommato dovremmo accontentarci, anche quest’anno ce l’abbiamo fatta … per il rotto della cuffia! Cioè, ancora noi italiani vantiamo buoni risultati scientifici. Ma ancora per quanto tireremo a campare? Com’è possibile che perduri uno scenario decente sotto il profilo della ricerca se il turn over è scarso, se l’erogazione di risorse è ridotta, mal distribuita e legata a meccanismi farraginosi, se dominano gli algoritmi, se si moltiplicano le procedure burocratiche, se non ci sono reali prospettive di carriera accademica (e di lavoro in genere), e se la ricerca è effettivamente considerato l’ultimo dei problemi? Dietro quei “nonostante”, dietro quei toni consolatori, c’è una ricerca che sta soffrendo. L’unica vera attenzione per quest’ultima si manifesta alla scadenza della Valutazione della qualità della ricerca (Vqr), in cui ciascuno è chiamato a rendicontare il numero dei prodotti scientifici da segnalare per poter partecipare alla valutazione complessiva del Dipartimento al quale appartiene, e così aspirare ad ottenere sufficienti finanziamenti.

La quantità di prodotti scientifici, ecco cosa conta; e anche dove li hai pubblicati, perché c’è un elenco di riviste o di editori che hanno fatto di tutto per accaparrarsi un posto d’onore nella fascia più elevata dell’hit parade degli accreditamenti; in che modo bene bene non si sa. Ma la quotidianità della ricerca è disseminata di problemi. Una delle realtà più preoccupanti è che le biblioteche stanno facendo una fine indegna. Si stanno trasformando in depositi. Il patrimonio librario esistente, preziosissimo, non riceve la giusta considerazione e non viene incrementato per mancanza di fondi. Ci si sta convincendo che le banche dati online possano sostituire il materiale librario. Non è così. Soprattutto questo non può valere per le ricerche umanistiche.

E nello stesso tempo i docenti sono in numero calante, sempre più impegnati in attività gestionali, in commissioni varie, per certificazioni, accreditamenti, reperimento di risorse, stipula di convenzioni, in operazioni di marketing dell’offerta formativa, avviluppati nei meandri dei regolamenti, stretti dalle scadenze ossessive di varie tipologie di rendiconti. Insomma, all’aumentare della burocrazia, si riduce la qualità della ricerca, quindi ne risentono la qualità della docenza e la preparazione degli studenti; e così si va sfibrando progressivamente anche il legame dei docenti con l’istituzione e la autentica “ricerca” del suo bene.

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