di Marco Di Donato

Una nazione tollerante e moderata, che non dipende esclusivamente dal petrolio, con un governo capace e trasparente che deve necessariamente provvedere uguali opportunità per i suoi cittadini. Sarà questa l’Arabia Saudita del 2030, o almeno così viene presentata nel documento Saudi Arabia Vision 2030, pubblicato in arabo sulla Saudi Gazette del 26 aprile 2016. L’Arabia Saudita intende cambiare, radicalmente. O almeno questo è quello che si intuisce dalla lettura del testo presentato al Consiglio dei ministri lo scorso aprile dietro indicazione del re Salman e coordinato dal figlio Mohammed bin Salman. Una figura, quest’ultima, che il The Guardian definisce come “rising star” nell’establishment saudita. Una figura che sembrerebbe imporre, con il beneplacito del re, un radicale cambiamento nella società e nella politica saudita. Un giovane di 30 anni chiamato dunque a ripensare le strategie della monarchia saudita nel prossimo futuro.

Un’Arabia Saudita che, a suo dire, già nel 2020 potrebbe fare a meno del petrolio per garantire la sopravvivenza dello Stato. Secondo Bin Salman infatti, l’ambizioso piano di riforme presentato farà sì che Riad possa sensibilmente diversificare il proprio portafoglio, recidendo il cordone ombelicale che per decenni sembrava aver cristallizzato il binomio Arabia Saudita-oro nero. Possibile? Certo, ma l’ipotesi di essere indipendenti fra 14 anni sembra quanto meno azzardata. Così come i tassi di crescita, relativi tanto all’economia quanto alla società, dovranno tutti subire incrementi straordinari per raggiungere i risultati prefissati già da ora per il 2030: il numero di pellegrini dovrà passare dagli attuali 8 ai 30 milioni ogni anno, aumentare dal 2,9% al 6% la spesa per attività culturali, incrementare di cinque punti percentuali il tasso di proprietà degli appartamenti, implementare l’aspettativa di vita sino agli 80 anni, diminuire la disoccupazione dall’11,6% al 7%, allargare il contributo delle piccole e medie imprese al Prodotto Interno Lordo dall’attuale 25% al 35% e, attenzione a quest’ultimo passaggio, estendere la percentuale di forza lavoro femminile: dal 22% al 30%.

Il dato del 22% qui presentato stride con quanto riportato nel 2015 da Al-Arabiya il quale affermava, quello stesso anno, la forza lavoro femminile aveva raggiunto il 13% e questo nonostante le ben note limitazioni cui le donne saudite sono costrette. Peraltro le donne saudite vantano risultati migliori dei propri colleghi maschi all’università, risultano decisamente meglio educate e molto più pronte al mercato del lavoro. Un dato, questo, riconosciuto anche nella visione per il 2030 quando si afferma che “Con oltre il 50% dei nostri laureati di sesso femminile, continueremo a sviluppare i loro talenti, investire nelle loro capacità produttive e consentire loro di rafforzare il loro futuro e contribuire allo sviluppo della nostra società ed economia”.

Sarebbe forse più interessante che invece di “consentire” il loro sviluppo si pensasse a coinvolgere le donne in prima persona, magari facendole entrare in politica come è stato già del resto fatto nel 2015 con le elezioni municipali dove hanno partecipato 900 donne e 18 sono state elette nei consigli locali. Ma come conciliare queste aspirazioni alla riforma con il conservatore e radicale establishment religioso, lo stesso che, tanto per restare in tema, durante le sopracitate elezioni aveva emesso pareri decisamente sfavorevoli riguardo alla partecipazione femminile? Come si comporteranno gli ulema sauditi dinanzi alle riforme previste dal giovane principe Bin Salman? Secondo alcuni analisti l’apparentemente indissolubile alleanza fra la casa dei Saud e gli ulema Wahabiti è messa a dura prova dai contenuti del documento. L’arresto del noto Sheikh Abdel Aziz al-Tarifi per un tweet considerato eccessivamente critico nei confronti del governo ne è una prima evidenza.

L’effettiva realizzazione della nuova visione di Bin Salman e del re Salman dipende da una serie di fattori che andranno eventualmente realizzandosi o meno nel prossimo futuro. Impossibili da predire fin da ora. Eppure il documento sembra sovvertire nel breve termine (14 anni sono decisamente pochi) alcune delle incrollabili certezze della locale monarchia: la dipendenza dal petrolio, una visione conservatrice della società, il non ruolo della donna nella vita pubblica, la predominante posizione degli ulema peraltro latori di una ben specifica e purista visione dell’Islam: quello wahabita.