Le vicenda della sospensione comminata da Beppe Grillo al sindaco Federico Pizzarotti presenta aspetti apparentemente incomprensibili; e i pur condivisibili commenti che sino ad ora ho letto al riguardo non mi sembrano dirimenti. Provo a contribuire alla decodifica praticando la necessaria ermeneutica del sospetto.

– Francamente la scelta di far scoppiare lo scandalo da parte della leadership (o ancora vogliamo negare che ne esista una, all’insegna della demagogia retorica “uno vale uno”?), nel momento in cui sono alle porte scadenze amministrative che offrirebbero concrete chance di successo (almeno in piazze importanti tipo Roma e Torino), suona illogica e certamente autolesionistica. Come interpretarla se non quale lampante dimostrazione che, prima ancora di vincere le elezioni e sostituire la vecchia partitocrazia per un effettivo ricambio di governo, quanto conta davvero per il ponte di comando è la determinazione di mantenere un ferreo controllo sulla propria creatura? Alla faccia delle promesse di farsi da parte e gli annunci di nuove frontiere democratiche.

– Merita una particolare attenzione il concentrarsi di fuoco amico sul primo grande Comune conquistato dal Movimento – Parma – la cui amministrazione è stata già da subito oggetto di palesi e sistematiche manifestazioni ostili, prima in modalità repressive e poi di ostentata freddezza. Ci ricordiamo tutti i primi passi di quella Giunta e gli altolà al suo desiderio di avvalersi delle competenze del consigliere comunale riminese Valentino Tavolazzi (socio fondatore M5S, espulso perché reo di aver promosso una riunione di amministratori locali non vidimata dall’asse Milano-Sant’Ilario) o quel 17 aprile 2014, quando dal quartier generale milanese arrivarono pressanti (e provocatori?) inviti alle dimissioni rivolti a Pizzarotti, reo di non aver bloccato l’avanzata realizzazione di un inceneritore ereditato dalla precedente amministrazione; gravato da clausole che – ove disattese – avrebbero condannato il Comune al fallimento. Ecco – dunque – localizzazione e scelte concrete come bandoli della spiegazione: ossia l’Emilia culla del Movimento, ma anche area a forti tendenze centrifughe da riportare all’ordine; una cultura amministrativa irrorata dagli umori pragmatici della tradizione locale (la cosiddetta “via emiliana”), consolidata dal misurarsi quotidiano coi problemi, in rotta di collisione con il messianesimo millenaristico dell’ortodossia.

– Nello scontro tra un vertice normalizzatore e i timidi tentativi di presidiare margini di autonomia critica, sconcerta l’atteggiamento dei quadri emergenti, le seconde generazioni arrivate in Parlamento e che si candiderebbero a essere classe dirigente del domani, in perfetto allineamento ai diktat dei Padri Fondatori. Postura che non trova altra giustificazione dell’appiattimento opportunistico sui voleri di chi detiene il potere di garantire futuro politico. Si direbbe che come Renzi tiene sotto controllo i suoi riottosi, in quanto monopolizza la scelta arbitraria di assicurare o meno uno scranno parlamentare attraverso la designazione nelle liste elettorali, così – in analoga logica – i depositari del brand pentastellare si assicurano obbedienza pronta e assoluta da parte di chi dipende totalmente dalla loro benevolenza.

Tirando le fila: quanto sopra può – tutto sommato – andare bene per militanti bisognosi di credere sempre e comunque. Molto meno per chi si è avvicinato al Movimento ritenendo di scorgervi potenzialità di sblocco e rinnovamento nel quadro politico incancrenito. Specie – poi – se sente l’avvocatessa Raggi delirare di “magistratura strapotente” e intravvede l’ombra di Cesare Previti.