“Sei disoccupato e muori di fame? È colpa tua!”. Tra un mese Ken Loach compirà 80 anni ma la sua fame di giustizia (e denuncia) resta insaziabile, nutrita da una vitalità immutata. “Continuerò a fare film…per sempre!” esclama il regista con una luce arrabbiata negli occhi, la stessa luce che 50 anni fa lo portò a mostrare gli homeless in Cathy Come Home sulla BBC, sconvolgendo le coscienze dell’intera Gran Bretagna. Oggi porta in concorso a Cannes I, Daniel Blake, un nuovo film/manifesto sulla disperazione degli “ultimi” del suo Paese. Sono i nuovi poveri d’Inghilterra non necessariamente immigrati, che hanno perso il lavoro e una burocrazia kafkiana fatta di moduli e sofisticate tecnologie impedisce loro di riottenerlo o di accedere ai sussidi.

Le conseguenze equivalgono a una escalation di disperazione: la perdita della casa, del sostentamento basilare e della dignità, fino a gesti estremi. Daniel Blake, 59enne da Newcastle dove è interamente ambientato il film, è uno di loro: costretto in malattia per un infarto, non è ancora idoneo a rientrare al posto di lavoro ma allo stesso tempo lo Stato non lo ritiene idoneo neppure per ricevere i sussidi. Daniel, uomo serafico e ironico, si trova imprigionato in un limbo a forma di ragnatela inespugnabile ed incomprensibile.

La pellicola, interpretata dagli “sconosciuti” Dave Johns e Hayley Squires, è scevra da ornamenti e va sparata dentro a un dramma universale che colpisce il cuore di chiunque: alla fine della proiezione per la stampa l’applauso è fragoroso e gli occhi degli spettatori lucidi di commozione. “Era importante trovare il tono giusto per una storia così forte e quindi ho chiesto alla mia troupe di essere puliti, essenziali, assolutamente chiari. La forma doveva essere coerente al contenuto” spiega Loach aggiungendo che l’emergenza ritratta non riguarda solo il suo Paese ma “Tutta l’Europa, avvolta da una coscienza crudele contro i vulnerabili. Ci sono 2 milioni di disoccupati, aumentano i suicidi, ma la macchina della burocrazia risponde indifferente”.

Scritto dal consueto sodale Paul Laverty, I, Daniel Blake nasce da viaggi lunghi e incontri approfonditi per il Paese alla scoperta di questo universo tragico. “Abbiamo incontrato storie che ci hanno spezzato il cuore, persone umiliate che ci hanno raccontato un calvario quasi incredibile” sottolinea Laverty. Come cambiare questa situazione? “Se è vero che l’Occidente è travolto da un sistema politico strutturato ad hoc per chiudersi di fronte al bisogno, è altrettanto vero che esistono ancora delle sinistre genuine in ogni territorio europeo, possono e devono unirsi per risolvere dall’interno questo cancro”.

E l’evocazione dell’ideologia di sinistra rimanda immediatamente all’altro grande film di giornata, Neruda del talentuoso cileno Pablo Larraìn. Benché non concorrerà alla Palma d’oro essendo alla Quinzaine des Realisateurs (come Bellocchio, Virzì e Giovannesi) è senza dubbio una delle perle della 69ma Cannes. “Non ho voluto fare un biopic su Neruda ma – prendendo un frammento della sua vita nel 1948 – ho cercato di fare un film alla Neruda” ha dichiarato il 40enne cineasta, dopo aver ricevuto le ovazioni della platea alla premiére mondiale di stamane. Il suo sguardo, infatti, si posa sull’immenso poeta (premio Nobel nel 1971) indagato nella sua corposa umanità attraverso la quale esprime il proprio credo poetico/politico.

Neruda (interpretato dal mimetico attore Luis Gnecco) è messo al bando in quanto comunista dal neodittatore Videla e, costretto a fughe e travestimenti di ogni tipo, sopravvive alla caccia ossessiva del giovane capo della polizia, interpretato dal divo argentino Gael Garcia Bernal. La caccia all’uomo è l’espediente narrativo che veicola la tridimensionalità semantica del film e dei suoi personaggi.
Impossibile decifrare in poche righe la ricchezza di questa pellicola, fotografata magnificamente (come di consueto), che riesce a identificarsi in un miracolo cinematografico con l’obiettivo che fu dello stesso Neruda: un Sogno politico (il comunismo) espresso attraverso un Segno poetico, laddove la voce del poeta diventa(va) la voce del popolo. Avesse l’occasione di vederlo, Neruda piacerebbe molto anche a Ken Loach.