di Sergio Galleano *

Quasi due mesi fa è uscita la sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione che ha stabilito la misura del risarcimento del danno nell’ipotesi di abuso dei contratti a termine nella Pubblica amministrazione, quantificato tra le 2,5 e le 12 mensilità;. la Corte di Cassazione ha fermamente escluso che, nel pubblico impiego, possa costituirsi tra le parti un rapporto di lavoro senza l’effettuazione di un concorso, concorso che deve essere stato indetto proprio per un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Va subito detto che la valutazione che spesso si sente dare dei pubblici impiegati è errata e particolarmente ingiusta nei confronti dei precari; questi, in realtà sono coloro che, più degli altri, si danno da fare perché i servizi funzionino: spesso sono coloro che lavorano di più, nella logica (distorta) che risulta comodo destinare ai compiti più gravosi chi è in una situazione di inferiorità.

Si tratta inoltre di lavoratori che vivono nella continua insicurezza di perdere il posto di lavoro che occupano da anni e che sono vittime di ricatti e vessazioni da parte dei dirigenti dai quali “dipende” il rinnovo dei loro contratti.

A ciò si aggiunga la situazione di incertezza economica che consegue alla mancanza di stabilità del posto di lavoro: basti pensare all’impossibilità del precario di accedere ai mutui per la prima casa, essendo il possesso di una busta paga che accerti un lavoro a tempo indeterminato la condizione per accedere al credito.

Oggi, in Italia, l’esercito dei precari nella pubblica amministrazione ammonta ad oltre 500.000 persone e la possibilità di stabilizzarli è di fatto vietata dalla normativa in vigore, che impedisce le assunzioni e le stabilizzazioni. E questo nonostante la pressoché totalità dei posti di lavoro dagli stessi occupati siano, come si dice in linguaggio giuridico, stabili e permanenti, cioè vacanti nell’organico degli Enti pubblici.  Questa situazione è frutto di una politica sbagliata e dunque lo Stato deve avere il coraggio di sanare gli abusi commessi, per poi ricominciare a fare, davvero e seriamente, i concorsi.

In Corte costituzionale, il prossimo 17 maggio discuteremo la causa sulla scuola, ovvero quella causa Mascolo che “torna” dalla Corte europea, la quale ha stabilito che l’utilizzo continuo e prolungato dei precari è contrario alla Direttiva Ue n. 70 del 1999; questa direttiva stabilisce regole precise per impedire l’abuso nell’utilizzo dei contratti a tempo determinato anche nelle pubbliche amministrazioni in tutti gli Stati membri e prevede che, ove si verifichi l’abuso, debbano essere adottate delle sanzioni che, in linea di massima, consistono nella costituzione di un rapporto a tempo indeterminato, salva la possibilità per gli Stati membri di disporre misure alternative che, in Italia, sono state individuate nel risarcimento del danno.

Purtroppo come si è visto, secondo le Sezioni unite della Cassazione, il risarcimento del danno è cosa risibile in termini economici: non compensa in alcun modo i disagi subiti dal precario, non risolve la sua situazione, non elimina gli effetti dell’abuso commesso ed è poco comprensibile al comune cittadino che, semmai, ambirebbe ad una pubblica amministrazione che agisca in modo corretto non solo nel rapporto con i cittadini ma anche nel rapporto con i propri dipendenti: un buon servizio è anche legato ad un giusto trattamento di chi opera nel pubblico interesse. Mancando dunque, di fatto, una seria misura alternativa, scatterebbe l’indicazione della Direttiva nel senso della conversione dei rapporti a tempo indeterminato.

Davanti alla Corte Costituzionale sarà riproposta la necessità di consentire la stabilizzazione di coloro i quali hanno superato i 36 mesi di servizio, ovvero il periodo di tempo decorso il quale il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato, così come avviene nella gran parte dei paesi europei. In Francia, ad esempio, il rapporto si converte, nel pubblico impiego, dopo sei anni. In Germania ed in Irlanda non vi è differenza tra pubblico e privato: il contratto si trasforma in un rapporto definitivo subito (Germania) e dopo due anni (Irlanda), se il termine è privo di ragioni oggettive che lo giustifichino.

Certo nella discussione in udienza non potrà non pesare la decisione del Quirinale che, come ha anticipato il Fatto il 5 maggio u.s., con il decreto n. 26/N/2016, firmato dal Presidente Mattarella, ha disposto l’avvio del processo di stabilizzazione del gruppo di precari. La notizia è stata data solo dal Fatto: non se ne trova traccia nel resto della stampa. Il comunicato emesso dal Quirinale è chiaro: si tratta di un provvedimento con il quale “si è inteso… rispettare i principi dell’ordinamento in materia, posti dalla recente normativa statale, pur non essendo questi vincolanti per gli Organi costituzionali, nonché gli indirizzi dell’Unione europea”.

Una lezione di stile viene dunque proprio da chi, oggi Presidente della Repubblica, era prima il Giudice Costituzionale che aveva scritto l’ordinanza 207 del 2013 con la quale era stata rimessa alla Corte europea la causa che ha portato alla sentenza Mascolo.

* Avvocato giuslavorista, socio AGI. Opera nei suoi studi di Milano e Roma che si occupano di diritto del lavoro pubblico e privato, sempre ex parte lavoratoris, seguendo personalmente le cause in Cassazione, in Consiglio di Stato e in Corte costituzionale. La difesa dei lavoratori a termine è iniziata negli anni ’80 e, dal settore privato, si è via via estesa a tutti i settori, con particolare attenzione al pubblico impiego e nel mondo della partecipate pubbliche, come Poste italiane, difendendo i docenti della scuola in Corte europea a Lussemburgo.