La legge El Khomri, ribattezzata in Italia il “Jobs act alla francese, ora scontenta proprio tutti. La riforma del Codice del lavoro ha suscitato fin dal primo momento le proteste di sindacati e movimenti sociali, che hanno contestato la decisione di facilitare i licenziamenti, ridurre i ricorsi davanti al giudice, tagliare le indennità per gli straordinari e ritoccare il sistema delle 35 ore settimanali, aumentando il tempo massimo di lavoro settimanale medio. Il governo ha così operato alcune modifiche, ammorbidendo la norma sui fronti dei licenziamenti e dell’orario di lavoro. Ma in questo modo, si è attirato le ire anche degli industriali, senza per altro recuperare il consenso delle organizzazioni dei lavoratori. Risultato: il governo guidato da Manuel Valls ha forzato la mano a livello politico, decidendo l’approvazione del provvedimento senza il voto del Parlamento, e ha dovuto fronteggiare le manifestazioni di piazza, sfociate anche in violenti scontri.

Il primo dei ritocchi che ha fatto storcere il naso agli imprenditori riguarda la questione dei licenziamenti. Finora l’ammontare delle indennità per chi perdeva il lavoro era deciso in autonomia dal giudice, a partire dai sei mesi di stipendio e senza un tetto massimo. Nella prima versione della legge, invece, si ponevano limiti sia alla discrezione dei magistrati sia all’importo dell’indennizzo, che dovevano andare da tre a quindici mensilità, in base all’anzianità di servizio del lavoratore. Poi, dopo le prime proteste di piazza, il governo ha deciso che i nuovi limiti saranno introdotti come orientamenti non vincolanti.

L’altra modifica rilevante riguarda invece il tema delle 35 ore. La prima bozza della legge prevedeva la possibilità per le piccole aziende, sotto i 50 dipendenti, di adottare unilateralmente il cosiddetto forfait-jour, cioè un orario di lavoro calcolato su base annua anziché settimanale: in questo modo, si scardinava il meccanismo delle 35 ore. Poi, la marcia indietro. Nella nuova versione del testo, per introdurre un orario più flessibile, le piccole imprese dovranno siglare un accordo con le rappresentanze sindacali o, nel caso non siano presenti in azienda, dovranno adeguarsi agli accordi di comparto.

E così è arrivata la stroncatura delle imprese. La legge sul lavoro è stata definita una “riforma al contrario” dalla Cgpme, principale associazione delle Pmi, mentre il Medef, corrispondente alla nostrana Confindustria, “la rinuncia ai tetti massimi obbligatori toglie la necessaria coerenza all’intero testo legislativo”.

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