Si fa presto a dire “lotta alla mafia” ma quando nasci a Cinisi negli anni Settanta, sposi un mafioso e chi abita a cento passi da casa tua ti uccide un figlio, hai solo due strade: la ritorsione o la giustizia. La mamma di Peppino Impastato ha scelto la seconda.  A 38 anni da quel suo “io vendette non ne voglio”, Matteo Levi con la coproduzione di “Rai Fiction” ha scelto di far conoscere al grande pubblico quella donna fiera e coraggiosa, con il film “Felicia Impastato” in onda martedì 10 in prima visione su Rai Uno.

La fiction, diretta dal regista Francesco Albano, presentata in anteprima alla Camera dei Deputati nei giorni scorsi, ha il pregio di lanciare un messaggio attuale: contro gli uomini della mafia a vincere è una donna che di fronte alle ante chiuse dei cittadini conniventi al potere mafioso spalanca la porta della sua casa, decide di non fermarsi davanti allo straziante dolore del lutto ma sceglie la strada della legalità.

La figura di Felicia, ben interpretata da Lunetta Savino, da premiare in primis per il tentativo di mantenere lo stretto slang siciliano della mamma di Impastato, emerge nella maniera più fedele possibile, frutto di un lungo lavoro – come ha spiegato il regista – di incontri con i parenti, gli amici, i nipoti. Il film è una storia in cui ritrovarsi: chi, siciliano e non, ha conosciuto di persona mamma Felicia, riconoscerà le sue parole, quel suo “zitta non ci sto per questo devo andare fino in fondo” bisbigliato tante volte ai giovani che l’hanno incontrata prima di quell’11 aprile 2002 quando Gaetano Badalamenti è stato condannato.

Per nulla scontata anche la scelta di registrare le scene a Palermo e a Cinisi (ottima la fotografia di Andrea Locatelli), dove la storia quei cento passi, ancora oggi, non sono stati compiuti da tutti. Il “Felicia Impastato” di Albano con la sceneggiatura diretta da Monica Zapelli e Diego De Silva, restituisce agli italiani un pezzo di storia che ha come protagonisti uomini e donne cui gli italiani devono molto: i magistrati Costa, Chinnici, uccisi dalla mafia come il giornalista Mario Francese; Antonino Caponnetto che ebbe l’intelligenza di “archiviare” il caso per permetterne poi la riapertura nel momento giusto e Franca Imbergamo (interpretata con molta delicatezza da Barbara Tabita), che, come nella realtà, incontra Chinnici da giovane studentessa per poi trovarsi anni dopo sulla scrivania il caso “Impastato”.

A lei che oggi lavora alla procura nazionale antimafia si deve la condanna di Badalamenti: “Il messaggio di Felicia è bellissimo: quella donna – spiega Franca Imbergamo ha sempre cercato giustizia e ha saputo distinguerla dalla vendetta. L’unico ricordo vero di quella storia per me resta il suo ringraziamento, quando abbiamo concluso il processo a Badalamenti, perché non era rivolto a me ma alle istituzioni sane che le avevano restituito fiducia in questo Stato. Non intendo partecipare al coro scandalizzato di chi oggi scopre che anche nel mondo dell’antimafia c’erano comportamenti discutibili. L’antimafia è un universo complesso, eviterei ogni generalizzazione e ogni bagno di retorica. Le persone perbene si possono riconoscere da quello che fanno e i cialtroni da quello che dicono. La storia di Peppino è un ottima cartina di tornasole per comprendere cosa dev’essere l’impegno antimafia, quanti rischi di strumentalizzazione possa correre e quanto possa essere in alcuni momenti difficile portare fino in fondo la ricerca della verità e della giustizia”.

Matteo Levi, che per Rai Fiction aveva già prodotto il film su Ambrosoli, è riuscito a centrare l’obiettivo: “La vita di quella donna è di grande modernità e contemporaneità. Ci sono personaggi in Italia che non sono ricordati ma che bisogna assolutamente raccontare e far conoscere ad un pubblico più ampio. Capisco le iniziali perplessità di Giovanni di mettere in onda il film sulla stessa rete che ha trasmesso quell’intervista di Vespa ma allo stesso tempo lo stesso fratello ha compreso che questa era una storia che andava raccontata per mostrare chi sono le vittime della mafia, i testimoni veri”. Un entusiasmo davvero condiviso da Impastato che, in merito all’intervista a Riina junior aveva scritto una dura lettera ad Antonio Campo Dall’Orto, direttore della Rai: “La storia di mia madre non era conosciuta nei particolari. Questo film lancia un messaggio forte a quei ragazzi e a quelle persone che ancora non conoscevano Peppino Impastato. In questo momento così difficile per il nostro Paese ne avevamo proprio bisogno”.