Per Papa Francesco Mosca e Pechino sono molto vicine. Ne è convinto il vaticanista di Mediaset, Fabio Marchese Ragona, che nel suo libro Potere vaticano. La diplomazia segreta di Papa Francesco, edito da il Giornale, ricostruisce il delicato lavoro che ha portato allo storico abbraccio tra Bergoglio e il Patriarca di Mosca Kirill a L’Avana.”Non è più un mistero all’interno dei sacri palazzi – scrive Marchese Ragona – che uno dei desideri di Papa Francesco, sin dai primi mesi dalla sua elezione è quello di visitare la Russia. E più di un cardinale della Curia romana è convinto che Bergoglio, il prossimo anno, con un colpo di scena, oltre a visitare la Colombia (il Pontefice con i suoi appelli e le sue telefonate è stato il grande catalizzatore dell’accordo di pace tra il governo di Bogotà e le Farc), potrebbe riuscire nella storica impresa di visitare Mosca”.

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Il vaticanista sottolinea che ciò “non è semplice, ma le premesse per un viaggio nel 2017 ci sono tutte, soprattutto dopo lo storico abbraccio del febbraio scorso con il Patriarca ortodosso Kirill a L’Avana, che potrebbe oggi sbloccare una situazione congelata da decenni. Il Cremlino ha sempre spiegato, infatti, che una possibile visita del Papa in Russia non è soltanto una questione politica ma anche una faccenda religiosa: in pratica, Putin, per invitare Francesco a Mosca, deve avere anche l’ok dalla massima autorità della Chiesa ortodossa. Il patriarca Kirill appunto. Tutto fa pensare, però, che questo via libera adesso possa arrivare presto, soprattutto dopo la dichiarazione congiunta firmata dai due leader religiosi in una saletta dell’aeroporto della capitale cubana, sotto gli occhi del grande mediatore, Raul Castro“.

Per Marchese Ragona, quella attuata dal papa latinoamericano è una vera e propria “diplomazia della tenerezza”, che sta portando in poco più di tre anni risultati concreti e attesi da secoli, se non addirittura da un millennio, come l’incontro del vescovo di Roma con il Patriarca di Mosca. “Con Bergoglio – scrive il vaticanista di Mediasetstanno cadendo oggi altri muri: la diffidenza di Mosca e del Patriarca ortodosso Kirill verso la Santa Sede, i contatti con gli ayatollah iraniani e gli imam sunniti, il grande disgelo tra Stati Uniti e Cuba, gli accordi con il Vietnam e i primi timidi segnali da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tutti dossier passati su quella scrivania della stanza 201, situata al secondo piano di Casa Santa Marta, e studiati accuratamente da Francesco”.

Un messaggio chiaro secondo il giornalista: “L’azione diplomatica della Santa Sede, in soli tre anni, ha portato già qualche frutto e potrebbe svelare nuove sorprese; sottotraccia, da diverso tempo, sono in corso contatti con Paesi islamici, alcuni considerati anche ‘ostili’ (o quasi) dal mondo occidentale, che già da anni, però, scambiano informazioni top secret con l’intelligence d’Oltretevere per questioni di sicurezza. Non è un mistero che alla base della ‘diplomazia della tenerezza’ di Francesco ci sia anche il voler fare fronte comune con gli altri Paesi dell’area per sconfiggere il terrorismo ed evitare stragi di cristiani o civili musulmani, e ne sono prova gli innumerevoli inviti che il Pontefice sta ricevendo da parte d’insospettabili governi come quello del Pakistan (paese già visitato da Wojtyla) o dell’Iraq”.

Un’azione diplomatica, quella di Francesco, che Marchese Ragona non esista a definire unarivincita degli ultimi“: “Il Papa venuto dalla fine del mondo, come si è autodefinito lui stesso nel giorno della sua elezione, che oggi, all’interno dello scacchiere internazionale, riesce a trovare più facilmente una sponda per i suoi progetti pastorali e umanitari nei paesi di ‘serie B’, dall’Asia al Sudamerica, e non nelle grandi potenze occidentali che invece furono fondamentali quasi 30 anni fa per i capolavori diplomatici di Karol Wojtyla. Oggi i paesi del sud del mondo vedono , infatti, in Jorge Mario Bergoglio, un interlocutore perfettamente in linea con i loro bisogni e che potrebbe garantire un riscatto a queste nazioni; un esempio eclatante è stata l’apertura della prima porta santa, anticipando clamorosamente di una settimana il Giubileo straordinario della misericordia, nella Repubblica Centrafricana, paese dilaniato dalla guerra civile e dalle violenze terroristiche. Una scelta criticata da molti anziani cardinali di Curia che, in questo modo, hanno visto crollare la certezza della centralità di Roma su tutto il mondo”. E con essa del potere vaticano a discapito delle periferie geografiche ed esistenziali tanto amate da Bergoglio.