Se foste il premier di un Paese a spiccata vocazione turistica, ne affidereste mai la promozione sui mercati mondiali del turismo a chi ignora la matrice anglosassone di una espressione tanto inflazionata quanto poco ostica – ‘made in’ – e la pronuncia come appartenesse alla lingua italiana? La risposta appare scontata.

Ma, si sa, le vie della politica in salsa renziana sono infinite. Perché da alcune settimane, Dorina Bianchi, radiologa prestata alla politica, scelta da Matteo Renzi nel rimpastino del febbraio scorso per il ruolo di sottosegretario alla Cultura, ha assunto una delega di primo piano. Attribuito direttamente dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, l’incarico affonda le radici nel terreno, per lo più ignoto alla Bianchi, del turismo. E riguarderà anche la promozione del brand Italia in una serie di missioni internazionali programmate.

Ma ancora prima che la Bianchi possa dare, nei summit internazionali nei quali sarà coinvolta, compiuta esecuzione allo strategico compito affidatole, il sottosegretario in quota Ncd ha già dato prova delle sue “competenze” in tema di turismo. Illuminante, in tal senso, l’intervista confezionata ad hoc in occasione del meeting di Pietrarsa, che la Bianchi ha orgogliosamente postato sul proprio profilo Twitter. E nella quale, appunto, ‘made in’ viene italianizzato. Scivolone lessicale, questo, condito in una breve quanto efficace batteria di banalità. Le stesse, che in fondo ritroviamo in una nota stampa dell’11 marzo sul turismo sostenibile. Che, a detta della Bianchi, “con la sua proposta di mobilità dolce con itinerari a piedi o a cavallo […], può essere una risposta strategica per favorire una permanenza più lunga e destagionalizzata”.

Indecifrabile, infine, un passaggio pronunciato dalla Bianchi durante una recente comparsata a Uno Mattina: “[…] usciremo con un piano nazionale sul turismo, che sicuramente avrà la virtuosità di fare… dare un progetto in Italia, che negli anni passati si è perso con una competenza post regionale troppo importante”.

Ma il caso del “pesce fuor d’acqua” Dorina Bianchi, meglio nota nei palazzi romani come “Dorina sette partiti” – l’allusione è alle sue vorticose girandole politiche, che l’hanno fatta passare attraverso ben sette esperienze partitiche: dal Ccd, all’Udc, alla Margherita, al Pd, di nuovo all’Udc, poi al Pdl, per approdare definitivamente (?) al Ncd di Angelino Alfano – è solo l’ultimo degli incidenti di percorso inanellati in questi anni nella scelta delle persone chiamate ad occuparsi ai massimi livelli istituzionali di turismo. Ossia di quello che dovrebbe essere, senza dover ricorrere a trivellazioni, il vero petrolio italiano.

Agli addetti ai lavori, due anni fa tremarono i polsi alla notizia della designazione di Cristiano Radaelli, ingegnere nucleare, a commissario straordinario di Enit. Sta di fatto che delle gesta poco eroiche di Radaelli, liquidato pochi mesi fa dal ministro Franceschini dopo aver traghettato l’ente verso un orizzonte denso di incognite, si è già persa memoria.

Che invece è ancora viva per Michela Vittoria Brambilla, la romantica ed estrema amante dei cani scelta da Silvio Berlusconi come ministro del Turismo e capace di lasciare in eredità solo sprechi. Gli esiti sono stati meno disastrosi nel caso di Simonetta Giordani, l’esperta di autostrade voluta da Enrico Letta come sottosegretario con delega al turismo: durante il suo mandato i radar non hanno rilavato alcun movimento, ma, dopo la conversione al renzismo, la Giordani è stata addirittura premiata dal premier Renzi con una comoda poltrona nel Cda di Ferrovie dello Stato. Indimenticabile l’esperienza istituzionale di Massimo Bray, predecessore di Dario Franceschini, uscito dal cilindro di Massimo D’Alema: è stato artefice di un disastroso riassetto della delega al Turismo, costato caro al settore, che ne paga tutt’ora le conseguenze.

La scelta di persone completamente avulse da un contesto, come quello del turismo, che richiederebbe invece piena padronanza della materia, ha fatto poi il paio con il varo di piani e fantasiosi strumenti, che non hanno prodotto alcun risultato. Dal piano strategico sul turismo messo a punto dal ministro Piero Gnudi nel 2013 e poi abbandonato; passando per la pomposa commissione di saggi tutta teoria e poca pratica, voluta dall’ex ministro Bray e che non ha combinato nulla; giungendo fino al TDLAB, il laboratorio del turismo digitale del Mibact, che avrebbe dovuto “definire e favorire l’attuazione della strategia digitale per il turismo in Italia” e che in realtà è finito su un binario morto.

Ora è la volta di un altro piano strategico, nato tra le polemiche per l’incarico ad Invitalia che costerà ben 1,5 milioni di euro: “sarà l’ennesimo esercizio teorico a cui, al solito, non seguirà nulla” si mormora nei corridoi del Mibact. Ma forse, più verosimilmente, il nuovo piano non produrrà alcuna declinazione operativa per la probabile fine prematura della legislatura.

@albcrepaldi