Non ci ha mai entusiasmato la gara dei David di Donatello. Rituale che fatica ad imprimersi simbolicamente nella memoria del Belpaese come premio massimo del cinema italiano. Anche tra gli addetti ai lavori, molti tra l’altro che votano per i premi, si dimentica con facilità (e ci mancherebbe) chi ha vinto o perso che so nel 2008, dopo che le candidature fiume si sono susseguite e ci si è espressi perfino per il “miglior acconciatore”. Imperscrutabile l’anima del premio da sempre, se non come rimpatriata in amicizia tra giurati: attori, registi, tecnici, produttori, “personalità rappresentative della società italiana” tra cui Luca Cordero di Montezemolo o un Antonio Craticalà tutto fuorché concentrati a vedere film – perlopiù italiani- durante l’anno. I David spostano la celebrazione continuamente di data, ma rimangono fissi con un introduzione obsoleta nei saloni del Quirinale tra un vetusto messaggio del Presidente della Repubblica, i teneri reduci del cinema italiano rimasti, tartine e prosecchino. Si premia la qualità? Si premia il connubio tra arte e incassi? Si premia l’entusiasmo popolare che ha accompagnato un titolo in sala? Mah.

In questo marasma di senso sullo sfondo è poi estremamente faticoso discernere il valore di premi e suppellettili da scansia che vengono assegnati. Fermo restando che Perfetti Sconosciuti e Lo chiamavano Jeeg Robot sono due buonissimi film (ne abbiamo parlato con grande piacere qui e qui) sfugge ancora una volta il significato di una premiazione che dimentica per strada morti e feriti, protagonisti assoluti al botteghino (Zalone con Quo Vado?), vincitori di festival (Fuocammare di Gianfranco Rosi con l’Orso d’oro di Berlino in tasca) e l’indipendente supremo, oltretutto deceduto, che si è spinto fino a sfiorare una candidatura all’Oscar come miglior film straniero (Claudio Caligari con Non essere cattivo).

Già, l’odiato Zalone. Proprio lui. Possibile che con tutti gli addetti ai lavori entusiasti all’uscita del film, e che, a parte noi, con tutti i critici concordi nel lodarlo (critici che votano ai David peraltro) non abbia guadagnato che due pallide nomination (Sonia Bergamasco come attrice non protagonista e miglior canzone La prima repubblica)? Il meccanismo dei David è davvero imperscrutabile. E’ il famoso conto che non torna. Con abbondanza di categorie, premi e menzioni non si cita e si sottolinea mai una volta il campione d’incassi dell’anno.

Se io faccio il critico, bene o male lo decide il mio direttore, dico la mia sul film e magari lo esalto o lo stronco; ma alla rimpatriata dei David di Donatello dove tra i giurati figurano persino Greta Zuccheri Montanari (16 anni, nominata per il bel film di Giorgio Diritti, L’uomo che verrà) e Maurizio Costanzo (e quando ci andrà al cinema Maurizio?) possibile che uno strapuntino di bronzo o latta, per Luca Medici e Gennaro Nunziante, pure loro tra i giurati, non si sia trovato? Strano, sempre più strano questo “#premione” dei David. Facciamo un altro esempio, un film che abbiamo amato molto: Lo chiamavano Jeeg Robot. Mainetti miglior regista esordiente già scritto e meritato al decimo minuto di film e non c’è gara; Claudio Santamaria e Luca Marinelli attori di classe e non ci piove per il David; brava pure Ilenia Pastorelli, come attrice e meritevole di premio; ma una casellina vuota per l’attrice non protagonista di Non essere cattivo o per la farsa zaloniana, quella occupata e vinta dal pur bravissima Antonia Truppo di Jeeg, non c’era? Mica stiamo col cappello in mano per una causa non nostra. Ma proprio non si comprende come tra amici, colleghi, addetti ai lavori, prima ci si abbracci, ami e adori alla follia e poi, come per il povero Caligari, film che ha lo stesso produttore di Zalone, Pietro Valsecchi, ci si dimentichi perfino che fosse presente ai David? Il mistero dei David continua. Sempre che il prossimo anno ci si ricordi chi ha vinto tre anni prima.