“Volevo dire al Papa che non è colpa mia se sono nato nel lato B del mondo”. Hamza Rashid, uno degli 8 profughi che hanno pranzato con Francesco durante il suo viaggio lampo nell’isola di Lesbo, si confida mettendo a fuoco le emozioni vissute con Bergoglio. “La sua visita – spiega Rashid – non ha avuto niente a che fare con la religione, ma tutto invece riguardava l’umanità. Il nostro incontro è stato tra esseri umani. Un essere umano ha incontrato un essere umano. Io stesso non ho incontrato il Papa, ma un essere umano. Mi sarebbe piaciuto parlare con lui faccia a faccia. Volevo dirgli che non è colpa mia se sono nato nel lato B del mondo. Non è colpa mia se il mio Paese è in guerra. Che non hanno diritto di imprigionarmi a Lesbo solo perché cerco la mia libertà”.

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Il Papa è tornato a Roma portando con sé 12 profughi, tre famiglie con 6 bambini, tutti musulmani e “con i documenti in regola”, come ha chiarito lui stesso con i giornalisti sul volo papale. Un gesto, come ha spiegato Francesco, dietro il quale “non c’è alcuna speculazione politica”. “È stata – ha precisato il Papa – un’ispirazione che è venuta a un mio collaboratore, e io ho accettato subito perché ho visto che era lo Spirito che parlava”. Nessun colpo di teatro studiato a tavolino, come qualcuno ha pensato e ha scritto, ma soltanto un gesto forte in perfetta linea con gli appelli che Bergoglio sta facendo fin dalla sua elezione al pontificato ad accogliere gli immigrati.

Da Lampedusa, primo viaggio del pontificato, al giovedì santo del 2016 celebrato a Castelnuovo di Porto con la lavanda dei piedi a 12 profughi ospiti del centro di accoglienza, a Lesbo il passo è breve. Sbaglia chi pensa, in buona o in malafede, che il pontificato di Francesco sia una colpo di scena meraviglioso messo in atto, dal 13 marzo 2013, da un equipe di 115 cardinali elettori che hanno trovato nel 76enne arcivescovo di Buenos Aires, gesuita, perdente al conclave del 2005 e ormai in età canonica da pensione, l’attore principale per riportare la Chiesa cattolica con la sua tradizionale autorevolezza sul palcoscenico mondiale. Legittimo pensarlo, ma assolutamente fuori dalla realtà.

“Se avessi continuato a ricevere soltanto consensi, avrei dovuto chiedermi se stessi veramente annunciando tutto il Vangelo”, disse Benedetto XVI al suo biografo Peter Seewald nel libro intervista Luce del mondo. Le stesse parole possono essere attribuite oggi a Francesco, nel quarto anno di pontificato, dopo l’inevitabile fine della sua luna di miele, mediatica e non. Ma anche con risultati “politici” importanti: dall’inizio del disgelo tra Stati Uniti e Cuba, allo storico abbraccio con il Patriarca di Mosca a L’Avana, con Raul Castro nei panni del “chierichetto” di Bergoglio. L’incontro con Francesco è “tra esseri umani”, come ha spiegato Rashid con un’analisi che disintegra quelle di tutti gli analisti vaticani e di politica internazionale. Il Papa non recita, anche perché non sa recitare. Francesco ama i gesti che superano ogni barriera, fisica e metaforica. E vuole insegnare a tutti gli uomini del mondo, al di là di ogni credo, a restare semplicemente umani.