Lorenzo Richelmy, giovane attore italiano protagonista della serie Marco Polo, è stato uno dei volti più sorridenti dell’evento organizzato da Netflix a Parigi. La soddisfazione di questo ragazzo di 25 anni è più che giustificata, visto che si tratta dell’unico rappresentante del nostro Paese impegnato come protagonista in una produzione internazionale di questo livello.

L’entusiasmo di Richelmy, che in un anno ha imparato a parlare un ottimo inglese, diventa però rabbia costruttiva quando gli si chiede di parlare della fiction italiana, dei prodotti di qualità non indimenticabile che affollano i palinsesti dei canali generalisti di casa nostra: lì il sorriso di Lorenzo si spegne e compare una smorfia di frustrazione. Eppure, nonostante questo momento magico che lo ha portato al centro del nuovo modo di fare tv, Richelmy vuole tornare in Italia e migliorare le cose, con un pensiero rivolto ai tanti giovani che come lui provano a sfondare in un settore così difficile.

Protagonista assoluto di una mega produzione Netflix. Come vivi questa cosa assurda che ti è successa?
Appunto come una cosa assurda, dall’inizio. Sono molto contento perché è stata una mia scelta: nessuno mi ha chiamato, ma sono stato io a lanciare un sasso nello stagno.
È assurdo che questi signori abbiano creduto in me, senza che sapessi l’inglese, con la panzetta da birra, e mi abbiano dato la possibilità di fare una cosa del genere. Sto surfando su quest’onda e mi sento pervaso da un sogno. Sto a cavallo a lanciare frecce, a combattere con la spada e a fare kung fu: è una cosa meravigliosa.

Cosa speri di ottenere da questo “sogno”?
Sto cercando di imparare più che posso e magari tornare in Italia. Quello che sta succedendo a me fa ben sperare per quello che potrebbe essere il futuro dei miei colleghi italiani. Ho mangiato così tanta merda per così tanto tempo…

Ma in Italia la fiction è quella che è…
Quella generalista fa cagare.

Ecco, appunto. E secondo te si può migliorare? E come?
È tutta una cosa politica. La televisione si è abbassata di livello negli ultimi trent’anni cercando di promuovere un sistema culturale che andasse contro noi stessi. Chi fa fiction in Italia sa che fa un prodotto scadente. Eppure i soldi ci sono, i talenti anche, ma la qualità e il target sono bassi perché c’è una scelta precisa dietro. E questo mi fa impazzire. Il mondo va avanti, noi ci ostiniamo a rimanere attaccati a una deriva culturale che ci fa restare all’ultimo posto tra gli stati occidentali. Non è mancanza di professionalità ma una precisa intenzione.

Con qualche eccezione?
Certo. Quando esce una serie come Gomorra ti rendi conto che le cose belle si possono fare anche da noi.

Torniamo a Marco Polo. A vederla da spettatore sembra una serie molto faticosa fisicamente. Quanto ti devi allenare?
È una roba pazzesca. Sia per la prima che per la seconda stagione mi sono preparato due mesi: ho cinesi che mi insegnano kung fu, giapponesi che mi insegnano a usare la spada, slovacchi che mi insegnano ad andare a cavallo e a tirare con l’arco. È una sorta di college alla Harry Potter. All’inizio è stato difficile, anche perché io fumo e bevo e anche se hanno provato a farmi smettere, non ci sono riusciti. Dopo le difficoltà iniziali, già questo secondo anno sento gli effetti positivi dell’allenamento e ho persino ricevuto l’applauso degli insegnanti di kung fu, che solitamente sono molto avari di complimenti.