Cinquant’anni e non sentirli. Si conclude oggi Vinitaly, cominciato domenica scorsa e giunto per l’appunto alla cinquantesima edizione. Un evento enorme, che in un giorno puoi visitare giusto al 20% e di cui non potresti godere appieno neanche ad avere tutto il tempo del mondo, perché il fegato prima o poi chiede il conto. Strana manifestazione, Vinitaly. Da sempre è un po’ paese dei balocchi e un po’ sagra legalizzata per bevitori goderecci. L’Italia ha molte eccellenze, anche se spesso se ne dimentica, e il vino è tra queste. Almeno una volta nella vita, a Vinitaly bisogna andare. Salvo che non sia astemi, nel qual caso (quando la scelta non è figlia di obblighi medici) l’unica cosa è citare beffardamente il noto adagio di Baudelaire: “Gli astemi hanno qualcosa da nascondere”. Che poi, a frugare e guardare bene, tra le decine di padiglioni e le centinaia di stand ora griffati e ora plebei, pure Vinitaly ha qualcosa da nascondere.

Per esempio: i taxi. Verona dovrebbe essere abituata al Vinitaly, ma non è così. Entra puntualmente in crisi. Arrivi in stazione e l’attesa media è di 20/30 minuti. La fila davanti a te è chilometrica. Quando il tuo taxi arriva, provi a chiedere spiegazioni. Chi dice che è colpa della viabilità, chi del complotto giudaico-massonico. E chi incolpa Mattarella. Tesi curiosa, quest’ultima, perché dimostra se non altro che Mattarella esiste (spesso osiamo dubitarne), ma non campata in aria. Domenica, per la giornata inaugurale, il presidente della Repubblica ha fatto visita alla Fiera. È atterrato all’aeroporto militare e poi ha fatto gli ultimi chilometri con la scorta invece di arrivare direttamente con l’elicottero.

Pare che ciò sia dipeso da un volersi presentare come “uno dei tanti”, che viaggia tranquillamente in auto e non ha favoritismi. Bello. Solo che, per permettergli di fare quei dieci chilometri, la viabilità è stata bloccata per ore. E tutto si è inchiodato ulteriormente. A dirla tutta si è inchiodato pure Mattarella, nel senso che quando ha parlato al Vinitaly ha fatto pause così lunghe da frantumare il record precedente di Celentano. Ogni tanto andava proprio in stand by e sembrava quasi un’imitazione di Andreotti quella nota volta che andò dalla Perego. Peccato, perché poi Mattarella (sempre per chi non si è addormentato prima) ha detto cose belle. Come pure il ministro Martina, che ha presentato lunedì il “Testo Unico della vite e del vino”. La soddisfazione generale era tale che né lui né gli altri onorevoli del Pd presenti si sono azzannati con la collega Silvia Benedetti del M5S.

Quest’ultima, però, non ha dimenticato il suo ruolo di eversiva e ha filmato la contestazione plateale con cui è stato salutato Renzi lunedì al Vinitaly: la parola più garbata che gli hanno gridato era “buffone”, quelle meno educate potete immaginarle. Grande affluenza anche quest’anno, persino più che in passato, e anche questo è un mezzo miracolo: una notte in hotel – anche quelli più scalcagnati – costa in questi giorni sui 300 euro e il biglietto di ingresso al Vinitaly 80. L’anno scorso era “solo” 50: l’aumento tradisce il desiderio degli organizzatori di inibire l’accesso a chi si intrufola solo per bere, scremando e migliorando così il pubblico.

Obiettivo riuscito in parte, perché già alle 11 di mattina il tasso alcolico generale era pari a quello di un party con Bukowski e Keith Richards. Tante le star, tanti i politici. Da segnalare un Alberto Malesani oltre ogni leggenda lisergica. Non male anche la cena della domenica all’Arena di Verona, con l’intoccabile Carlo Cracco che ha spacciato per opera benedetta dagli dèi un banalissimo risotto al pomodoro. Apprezzabile anche Alessia Berlusconi, che allo zio Silvio ha dedicato “una riserva speciale”. Su Twitter ha invitato tutti a provare il suo Marzemino. Ha invitato davvero tutti. Compreso il direttore del Gambero Rosso Stefano Bonilli, scomparso purtroppo due anni fa. Comunque vada, sarà un successo. O, mal che vada, sarà un bel bere.