26 novembre 2008, Grosseto: viene arrestato Maurizio Abbatino, detto Crispino, uno dei leader della cosiddetta Banda della Magliana. Per anni latitante in Venezuela, nel 1992 era stato arrestato a Caracas. Estradato in Italia, sarà il primo boss della Magliana a collaborare con la giustizia. Lo scorso settembre lo stato, venendo meno al patto di collaborazione, gli ha tolto la protezione. Ora Abbatino vive a Roma con la consapevolezza di essere un morto che cammina: le mafie, compresa quella romana, non perdonano. Casualmente la protezione gli viene tolta mentre è in corso l’inchiesta Mafia Capitale che, all’inizio di dicembre 2014, aveva portato all’arresto, tra gli altri, di Massimo Carminati, uno dei fondatori dei Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo di terroristi neofascisti di facevano parte anche i giovanissimi esecutori materiali della strage alla stazione di Bologna. Carminati – accusato e poi assolto sia per quella strage e per l’omicidio di Mino Pecorelli (20 marzo 1979) – è l’uomo che, in seguito alla morte o all’arresto degli altri leader della banda della Magliana, aveva preso il posto di comando in quella che la Procura di Roma ha definito “la quinta mafia”.

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Antonio Mancini, altro membro della banda della Magliana che ha collaborato con la giustizia, ha dichiarato che la genesi della banda avvenne in carcere nel 1975: a suo dire l’idea iniziale fu di Nicolino Selis, boss della zona Ostia-Acilia, legato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo che negli anni Settanta dominava il territorio campano. Facciamo un passo indietro. Siamo nel 1974. Pier Paolo Pasolini si trova, non casualmente, a Gardelletta, frazione del Comune di Marzabotto. Sta lavorando a quello che sarà il suo ultimo film, il più scioccante, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. La ragione della location è ben spiegata dallo stesso regista nella versione integrale del film, realizzata di recente grazie alla Cineteca di Bologna: «La ragione profonda che mi ha spinto a fare il film, io credo, è vedere ciò che oggi il Potere fa della gente. (…) Il Potere nazifascista trasformava i corpi in cose (…) Il Potere di oggi secondo me manipola più profondamente le coscienze. I corpi li manipola nel senso che li deforma secondo un certo gusto consumistico. Certo, la violenza è molto meno grave nei corpi, però è molto più grave nelle coscienze».

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L’anno successivo, alla fine di agosto, ignoti ruberanno alcune “pizze” del film Salò dal magazzino della Technicolor di via Tiburtina a Roma, comprese quelle del film di Pasolini. Alcuni fatti accertati portano a ritenere che il vero motivo che indusse il poeta bolognese a recarsi all’Idroscalo di Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 non fu quello di un incontro erotico col giovane borgataro Pino Pelosi (che non conobbe quella sera: si frequentavano da quattro mesi), bensì la sicurezza di poter recuperare quelle pizze. Pasolini cade in una trappola: in quel luogo arrivano almeno altre 6 persone che, letteralmente, lo massacrano. A confermarlo, oltre alla logica suggerita dagli atti investigativi, sono alcuni testimoni oculari. Le cui dichiarazioni, stranamente, al tempo vennero ascoltate ma non vennero verbalizzate. Nonostante questo ed altri elementi portati in tribunale dalla difesa del cugino dell’intellettuale (Guido Mazzon), nel maggio 2015, anche l’ultima inchiesta giudiziaria sull’omicidio Pasolini viene archiviata.

Un’inchiesta che aveva trovato nuovo slancio dopo che Pelosi, nel 2005, per la prima volta dichiarò di non essere lui l’autore dell’omicidio, ritrattando una versione sostenuta per 30 anni (“Io e la mia famiglia eravamo minacciati”). «In anni recenti (…) emergeva inoltre che vari personaggi che si erano attivati per garantire la difesa a Pelosi risultarono, con la scoperta delle liste della P2, iscritti alla loggia massonica di stampo eversivo di Licio Gelli. Tra di essi i due periti di parte Aldo Semerari e Franco Ferracuti» (cfr. il volume di A. Speranzoni, A partire da Monte Sole. Stragi nazifasciste tra silenzi di Stato e discorso sul presente, Castelvecchi 2016). Le commissioni d’inchiesta possono essere istitutite solo prima che inizi l’ultimo biennio della legislatura. Lo scorso maggio, all’indomani dell’archiviazione, alcuni parlamentari (in primis Paolo Bolognesi e Serena Pellegrino) presentano una proposta di legge per istituire una Commissione bicamerale d’inchiesta. Passa il tempo e a novembre gli stessi deputati, consapevoli dell’urgenza, presentano un nuovo documento finalizzato all’istituzione di una Commissione monocamerale. Dati i rapporti di forza alla Camera, questa proposta potrebbe essere approvata in men che non si dica, anche con i soli voti della maggioranza.

Ecco il motivo per cui, lo scorso 24 marzo, è nato un Comitato bolognese per la verità sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini (per aderire: comitatopasolini.bo@gmail.com), che ha come scopo principale ed urgente quello di spronare i cittadini e le istituzioni bolognesi a rafforzare la battaglia intrapresa nei mesi scorsi dal Comitato del regista romano Enzo De Camillis, la cui petizione on line ha già raccolto più di 10.000 firme. Se ciò non dovesse accadere, la maggioranza di governo dovrebbe assumersi la responsabilità di aver negato al Paese l’ultimo strumento utile a giungere ad una veritiera ricostruzione di uno degli omicidi politici che hanno più profondamente segnato la storia d’Italia. Un omicidio che per troppo tempo – anche sulla scorta di una sentenza passata in giudicato, che attribuisce al solo Pelosi la responsabilità dell’omicidio – è stato fatto passare come “delitto passionale”, verità oggettivamente insostenibile. Una Commissione parlamentare, se messa nelle condizioni di operare seriamente, potrebbe accertare le responsabilità ed il contesto politico-criminale di quell’atroce delitto. Una morte violenta che – come quelle di Enrico Mattei, Mauro De Mauro e tanti altri – resta tuttora ignobilmente impunita. O, come nel caso Pasolini, malpunita.