Cinque giorni fa, quando con l’imposizione del supercanguro e l’indisponibilità del M5S a votare un emendamento definito illegittimo e inammissibile anche dal presidente del Senato  la Cirinnà si era arenata, Roberto Saviano critico con tutte le forze parlamentari aveva scritto che “lo spettacolo più ignobile l’ha dato il Pd che non sa cosa significhi trovare un accordo per il bene di questo paese” e l’aveva definito testualmente “un partito di beghe e franchi tiratori, unito solo per difendere  sodali”.

Alla vigilia del ritorno nell’aula del Senato del Ddl un Renzi onnipresente e baldanzoso per la celebrazione del suo biennio al governo ha fatto capire senza mezzi termini qual è la sua opzione e, sembrerebbe abbastanza chiaro, non da oggi.

Naturalmente ha presentato la sua scelta come obbligata dato che il Pd in Senato non ha i numeri e che il M5S sarebbe afflitto dalla “sindrome di Lucy” e dunque “cinico e inaffidabile” anche se Di Maio ha ribadito la determinazione di garantire compatti i voti emendamento per emendamento, alla luce del sole.  Evidentemente è questa ipotesi che fa preferire di gran lunga a Renzi “l’opzione B” che in realtà è sempre stata “l’opzione A”, e cioè porre la fiducia su un nuovo testo concordato con la maggioranza di governo.

Un bel modo, dopo aver dimostrato di “essersi giocato il tutto per il tutto” ed aver subito “il tradimento grillino” come hanno titolato i non pochi giornali amici, di ricompattare la sua maggioranza, di fare felice l’alleato Angelino che ha parlato di molti punti “da ritoccare” a proposito di simil-matrimonio ed evitare di rendere palese il dissenso assoluto dei cattodem sulla stepchild adoption e non solo.

Pur nella tristezza complessiva della vicenda, avviata ad un esito ormai scontato con il via al maxi-emendamento da parte dell’assemblea del Pd risulta chiaro che il timore per un iter parlamentare ordinario “troppo rischioso” (secondo Renzi) non giustifica il ricorso alla fiducia su una materia tanto cruciale e delicata.  E la dichiarazione formale di inammissibilità dei canguri e supercanguri da parte del presidente del Senato con la motivazione, abbastanza palese, del numero contenuto degli emendamenti superstiti sottolinea come sia ingiustificabile il ricorso alla mannaia della fiducia contestuale al maxi-emendamento che azzera il confronto e costringe le voci critiche nel Pd con le spalle al muro.

La colpa è naturalmente tutta da addossare ai “calcoli spregiudicati” del M5S che per mettere in difficoltà Renzi non avrebbe esitato a silurare i diritti delle coppie omosessuali. Le associazioni gay e gli attivisti dei diritti civili sembra che ci abbiano creduto e il governo rivendicherà il merito di aver portato a casa qualcosa al posto di niente.  Alla fine dell’assemblea del PD il capogruppo al Senato Zanda ha affermato soddisfatto che “si sono messe in sicurezza le unioni civili” e ha stigmatizzato il comportamento del M5S come “molto, molto grave”.

Però il dubbio che sia andata come ha detto Grillo e che ci sia stato un tentativo di “mano morta” da parte di “qualche partito” non mi sembra infondato: la pervicacia nell’addossare in modo definitivo e unilaterale a qualcun altro l’esito di una vicenda di cui il Pd è pienamente protagonista indirettamente lo conferma.