C’è la diretta della televisione nazionale, i dirigenti di viale Mazzini, i ministri e il gotha della cultura italiana. Ma soprattutto c’è Milano, la città dove Umberto Eco è diventato di casa e dove dalle 15 è stata aperta la camera ardente al Castello Sforzesco, luogo simbolo della città in cui si terrà la cerimonia funebre laica del professore, morto lo scorso 19 febbraio a pochi metri dal castello. Per la cerimonia organizzata dalla famiglia e dal Comune meneghino per rendere l’ultimo omaggio a Eco, la gente è arrivata di buon ora. Tanta, con le lunghe code all’ingresso del castello e all’interno dei cortili a testimoniare l’attaccamento dei milanesi per il professore e per rivolgere un pensiero e un saluto al semiologo, giornalista e scrittore.

Volti sconosciuti di chi ha semplicemente letto i suoi libri, ex studenti, ma anche personalità del mondo della cultura. Tra loro Roberto Benigni e la moglie Nicoletta Braschi, l’ingegnere Carlo De Benedetti e tanti altri. Una cerimonia laica – a cui la moglie Renate e i figli Stefano e Carlotta hanno riservato spazio alla stampa – per ricordare l’uomo e lo studioso. La bara di legno chiara – con fiori chiari di campi sopra – ha alle sue spalle le corone di fiori del Presidente della Repubblica e della presidenza del Consiglio dei ministri. Tra i presenti i ministri Dario Franceschini e Stefania Giannini, l’amico di sempre Moni Ovadia e il mondo dell’editoria. L’ultimo saluto è accompagnato dalle note de La follia di Arcangelo Corelli, che Eco suonava sempre insieme e Gianni Coscia, l’amico e fisarmonicista alessandrino. Moltissimi anche i gonfaloni delle città italiane che partecipano alle esequie laiche. Presenti alla cerimonia anche la presidente Rai Monica Maggioni e il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto.

“La sua grandezza ancora la dobbiamo capire. Per me era un amico e lo ringrazio di averci voluto così bene” ha detto Elisabetta Sgarbi, editrice e fondatrice de ‘La nave di Teseo‘, progetto editoriale che Eco aveva abbracciato dopo aver abbandonato la casa editrice Bompiani, con la quale aveva pubblicato tutti i suoi libri. “Ci ha voluto bene con la sua scelta di fondare una casa indipendente- ha concluso – lui che avrebbe potuto andare ovunque ha creduto fortemente nell’idea e questo lo fa un uomo assoluto è completo”. Più intimo il ricordo dell’amico Moni Ovadia, che ha preferito ricordare un Umberto Eco diverso, privato. “Era un grande raccontatore di storielle umoristiche, barzellette, e aneddoti. Abbiamo trascorso notti intere a raccontarci storielle – ha detto Ovadia – Aveva questa libertà di essere aperto a ogni forma del comunicare. Non aveva prosopopea”. Poco di istituzionale, invece, nelle parole del sindaco Giuliano Pisapa, visibilmente commosso: “Grazie per aver scelto Milano”, perché “sei e sarai il grande orgoglio per l’Italia intera”ha detto il primo cittadino uscente.

“Abbiamo perso un maestro, un affetto importante che non è solo della famiglia ma di tutto il Paese. Non abbiamo perso la sua lezione” ha sottolineato invece il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. Il ministro Dario Franceschini, invece, ha preferito ricordare un aneddoto: “Nel luglio del 2015 ad Expo Umberto Eco ha parlato davanti ad una platea di ministri della Cultura di tutto mondo e ha detto loro: ‘Voi ministri della Cultura promuovere la mutua comprensione tra i popoli. Nei secoli molta gente si è uccisa perché non si conosceva abbastanza. Voi siete i promotori della conoscenza reciproca’. Tutti lo guardarono con quel misto di gratitudine e stupore come si guarda una biblioteca – ha aggiunto Franceschini – Eco andava guardato come un quadro, un’opera d’arte mentre fumava il sigaro o faceva ondeggiare il whisky” perché per lui i silenzi “erano come una camminata nella sua mente. Come diceva Conrad: ‘Come faccio a spiegare a mia moglie che mentre guardo dalla finestra sto lavorando? Grazie Maestro per aver guardato fuori da quella finestra per tutti noi”.

“Abbiamo vissuto accanto e in compagnia di una persona che ha dato a questo Paese e ai lettori del mondo un senso di larghezza di orizzonti” ha detto Furio Colombo, compagno e collega di università di Eco. L’ex direttore de l’Unità si è soffermato sulla figura di Eco accademico, ovvero di uno scrittore intellettuale che ha “dedicato la sua vita a insegnare e lo ha fatto con una profondità che lo rendeva apprezzato e polilaureato“. Colombo ha ricordato il viaggio insieme in Cina: “Il campus era pieno di una folla giovane. Ma nella sala della conferenza c’erano solo teste bianche, non volevano rischiare che un solo giovane lo potesse ascoltare. Un intero regime aveva fatto in modo che non lo si potesse ascoltare. Eco ha lasciato un’impronta nella sua epoca”.