Un girone dopo la favola è finita: la Fiorentina costruisce una solida realtà, l’Inter sembra aver smarrito pure quella. Erano le due rivelazioni d’inizio stagione, le novità più fresche di una Serie A che prometteva di essere diversa dagli ultimi anni e solo adesso sta gettando via la maschera. I nerazzurri resuscitati da Roberto Mancini, la Viola miracolosamente al vertice dopo un’estate di semi-smobilitazione. Cinismo contro spettacolo, con lo stesso risultato: il primo posto in testa alla classifica.

Non è durata. E non poteva essere altrimenti: il primato dell’Inter era un’illusione, quello della Fiorentina uno splendido castello di carta su fondamenta poco solide. Non erano attrezzate per competere per il titolo, sotto il profilo del gioco o degli uomini. Si sono ridimensionate e la stessa partita che all’andata era sfida scudetto si è trasformata in uno spareggio per la Champions, ancor più decisivo per il futuro dei club. Il risultato non è cambiato e oggi pesa molto più che a settembre scorso. Paradossalmente, fu più casuale ed episodica la vittoria netta per 4-1 di San Siro, che quella all’ultimo minuto e tra le polemiche arbitrali di ieri. In questo momento la Fiorentina è una squadra che sta faticosamente cercando una nuova dimensione, per far fronte alle contromosse degli avversari e al fisiologico calo di metà stagione. L’Inter è semplicemente allo sbando, da un punto di vista psicologico oltre che tattico.

La crisi è arrivata per entrambe, più o meno contemporaneamente dopo la sosta natalizia: per la Fiorentina due sconfitte e due pareggi nelle ultime sette partite, in cui l’Inter ha raggranellato appena una vittoria. Così si è scavato un divario incolmabile (dodici punti in poco più di un mese) da quel primo posto che i nerazzurri avevano occupato praticamente per tutto il 2015. Nel momento di difficoltà, però, mentre la Fiorentina si è fermata a pensare ed è ripartita, l’Inter si è smarrita. L’accenno di rinascita viola (in striscia positiva da cinque turni, pur con qualche pareggio di troppo) è figlio delle idee, come l’exploit d’inizio stagione: Paulo Sousa ha capito che lo schema che aveva portato tanti successi si era inceppato, forse semplicemente esaurito. E ha deciso di cambiare, anche per l’infortunio di Badelji che lo ha privato di un regista. Il modulo è diventato un ibrido tra difesa a tre e a quattro nelle due fasi, la chiave è la “liberazione” di Bernardeschi, restituito al suo ruolo naturale di trequartista dopo esser stato sacrificato in fascia, per rimediare alla solitudine di Kalinic. I risultati possono anche essere altalenanti, ma c’è un progetto a monte.

L’Inter, invece, non ha mai smesso di cambiare, procedendo però più per tentativi che per convinzioni. Solo ora Mancini sta puntando su uno schema (il 4-3-3) e anche su certi giocatori (vedi le bocciature dei vari Ljajic e Jovetic), alla ricerca disperata di quell’identità che non è riuscito a costruire nei mesi precedenti. Il resto lo fanno le fragilità di uno spogliatoio teso e agitato dalle uscite del suo stesso tecnico; le ripetute sfuriate contro i propri uomini, le continue polemiche nei confronti degli arbitri che alla lunga si stanno rivelando controproducenti. Il sogno scudetto è svanito per entrambe, ma il presente di Inter e Fiorentina è molto diverso. E anche il futuro. Finire fuori dalla Champions ma in Europa League sarebbe comunque un buon risultato per i viola. Mancare il terzo posto, e chissà magari ritrovarsi dietro ai cugini rossoneri, l’ennesimo fallimento per Mancini e Thohir.

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