Gli evangelici dell’Iowa hanno dato, ancora un volta, la vittoria a uno dei loro. Ted Cruz, senatore del Texas, ha vinto i caucus con il 27,7 per cento dei consensi. Dietro di lui Donald Trump, con il 24,3 per cento, un secondo posto che contrasta con il tono trionfante che il magnate repubblicano ha dato sinora alla sua campagna. Terzo, con un piazzamento che apre buone possibilità per il futuro, Marco Rubio, che lascia molto dietro di sé la pattuglia dei repubblicani moderati – Jeb Bush, John Kasich – che praticamente scompaiono dalla mappa elettorale dell’Iowa. In casa democratica, l’elettorato è spaccato. La spunta Hillary Clinton con il 49,89% dei voti (700) contro il 49,54% dei voti (695) andato al suo rivale Bernie Sanders. Quest’ultimo tuttavia ha chiesto al partito il conteggio voto per voto anche se il portavoce dell’ex first lady e segretario di Stato ha assicurato che “non c’è alcuna incertezza”. Il risultato dello Iowa “dimostra che questa è una campagna che possiamo vincere” ha detto Sanders.

L’effetto Donald Trump, dunque, non c’è stato.Trump è riuscito per mesi a conquistare le prime pagine di tv e giornali con battute e sparate spesso oltre i limiti dell’insulto, ma non sembra aver convinto la maggioranza degli elettori repubblicani dell’Iowa. Per una volta “modesto”, nel suo discorso del dopo-voto ha detto di essere comunque soddisfatto del secondo posto e di “essere pronto a conquistare New Hampshire e South Carolina”, i prossimi Stati in palio. A una rapida occhiata della mappa elettorale dell’Iowa, Trump ha ottenuto buoni risultati nelle zone rurali dell’Est e in quelle urbane dell’Ovest (Sioux City). La carica di rabbia populistica e di anti-politica che la sua candidatura ha portato in questi mesi non si è però tradotta in voti. A Trump, soprattutto, è mancato l’appoggio dei gruppi evangelici che rappresentano uno dei pilastri elettorali del G.O.P. da queste parti.

Per Cruz si pone ora il problema di cosa fare per non essere un fuoco fatuo come Huckabee

A godere dell’effetto evangelici è stato invece proprio Ted Cruz, che sull’Iowa ha puntato gran parte delle sue speranze, costruendo un’organizzazione massiccia, utilizzando in modo capillare Facebook e gli altri social media, visitando più volte le 99 contee dello Stato, accreditandosi come l’uomo capace di “farsi guidare da Dio” nelle scelte politiche. Nelle ultime settimane Cruz ha subito attacchi pesantissimi, da Donald Trump, anzitutto, ma anche dal governatore dell’Iowa, Terry E. Branstad e dai leader repubblicani di Washington, che non amano Cruz per le sue tattiche parlamentari spericolate (celebre l’ostruzionismo che ha portato alla chiusura per giorni del governo federale) e per un eccesso di protagonismo. L’antipatia dell’establishment di Washington ha però favorito Cruz, che ha ingigantito la sua immagine di outsider e cavallo sciolto che gioca sempre molto bene su larghi settori dell’elettorato repubblicano più radicale.

Per Cruz si pone ora il problema di cosa fare per non essere un fuoco fatuo – come furono due altri conservatori, Mike Huckabee, che vinse in Iowa nel 2008, e Rick Santorum, che trionfò nel 2012; entrambi sparirono presto dalla corsa per la presidenza. Cruz, che ha scarse possibilità di vittoria in New Hampshire, potrebbe puntare direttamente sul terzo Stato dove si voterà, il South Carolina, dove la presenza di un forte elettorato cristiano potrebbe favorirlo. Guardando proprio a questi elettori, il discorso della vittoria di Cruz in Iowa – più di 40 minuti, tanto che a un certo punto tutti i network hanno interrotto la diretta – è stato infarcito di riferimenti alle Scritture: “I nostri diritti vengono dal nostro creatore – ha detto Cruz -. Voglio ricordarvi la promessa delle Scritture. Il pianto può durare una notte. Ma la gioia giunge la mattina. Stasera, l’Iowa ha proclamato al mondo, Il mattino sta arrivando, il mattino sta arrivando.

Il voto in Iowa per i repubblicani ha mostrato uno scenario in qualche modo prevedibile. Se religiosi e social conservatives si allineano con Cruz, Trump pesca soprattutto nella classe media e nella working class bianca, in aree poco politicizzate e sensibili al fascino televisivo e al richiamo populistico di Trump. Resta Marco Rubio, che invece intercetta spicchi diversi di elettorato – parte dei religiosi, i vecchi conservatori reaganiani sensibili a una politica di potenza nel mondo, e ancora il mondo degli affari e la leadership repubblicana di Washington. Il fatto che Rubio abbia catturato il voto dell’area di Des Moines, dove si concentra la gran parte della macchina del partito repubblicano, ma anche delle aree rurali dell’Est, la dice lunga sul richiamo che questo senatore quarantenne esercita su gran parte del mondo conservatore Usa. Nel suo discorso dopo il voto, Rubio è stato molto bravo a enfatizzare il suo risultato, arrivando a un certo punto a citare quasi alla lettera Barack Obama dopo la vittoria in Iowa, con la frase “ci dicevano che era impossibile”. Per la giovane età, per la capacità di rivolgersi a tutti i gruppi del mondo repubblicano, senza identificarsi con nessuno, Rubio potrebbe essere il candidato più plausibile dei repubblicani per il 2016.

Per i democratici, il voto dell’Iowa mostra una spaccatura radicale tra i due principali candidati (Martin O’Malley, l’ex-governatore del Maryland che si proponeva come la terza scelta, ha ottenuto una manciata di voti e ha annunciato il ritiro dalla corsa). Hillary Clinton è avanti per poche centinaia di voti, e per la candidata che aveva a inizi campagna un vantaggio enorme in fatto di finanziamenti, organizzazione, visibilità, si tratta di una modestissima consolazione. Lo deve aver avvertito anche lei, se nel salire sul palco della Drake University dove si è tenuto il party post-elettorale ha detto di essere “eccitata” per il prossimo dibattito di idee con Bernie Sanders, riproponendosi ancora una volta con quello che è ormai il mantra della sua campagna: “Sono una che fa le cose, sono orgogliosa di collocarmi in una lunga linea di riformatori americani”.

Molto più baldanzoso invece Sanders, che si è presentato davanti ai suoi sostenitori – moltissimi giovani, raccolti in un hotel di Des Moines, e che in attesa del loro senatore hanno ballato e ascoltato musica – spiegando che la “rivoluzione politica” intrapresa non si ferma, che la sua idea di economia è quella che “lavora per tutte le famiglie e non soltanto per la classe dei più ricchi” e che il suo movimento è cresciuto grazie a piccoli contributi elettorali, “con più di tre milioni e mezzo di dollari raccolti a forza di venti dollari di donazioni”. Sanders non ha ottenuto in Iowa quel risultato drammatico, la vittoria inaspettata che avrebbe potuto fargli fare un vero salto in avanti. Ma il risultato è buono, l’entusiasmo dei fan alto e il futuro sembra sorridergli. In New Hampshire i sondaggi lo danno venti punti davanti alla Clinton. Per la ex-first lady si prospetta invece una stagione di primarie lunga e difficile. La sua candidatura non convince buona parte dell’elettorato democratico, soprattutto la sua anima più progressista.

Aggiornato da Redazione web alle 12,30 del 2 febbraio 2016