Il suo sedicesimo compleanno, il 16 giugno 1944, Gilberto Salmoni, lo “festeggiò” – si fa per dire – nel campo di smistamento di Fossoli di Carpi (Modena) dove era stato rinchiuso con la famiglia: i genitori, il fratello Renato e la sorella Dora. Era l’inizio del suo inferno, perché avrebbe perso padre, madre e sorella e poi avrebbe vissuto gli orrori del lager insieme al fratello Renato. E infine tornò a casa – dove non aveva più nessuno – in modo rocambolesco, con mezzi di fortuna: trattori, treni, perfino chiatte per attraversare i fiumi. “Giunsi a Genova il 10 o il 12 giugno 1945, non ricordo esattamente. Comunque pochi giorni prima del mio diciassettesimo compleanno”. Gilberto Salmoni, genovese, 86 anni portati con magnifica tempra, presidente ligure dell’Aned, l’associazione dei deportati nei campi nazisti, è un instancabile difensore della memoria della Shoah, tenuta viva con conferenze nelle scuole e pellegrinaggi nei campi di sterminio. E ha scritto due libri: Una storia minuscola nella storia maiuscola e – appena uscito in libreria – Buchenwald. Una storia da scoprire.

Salmoni e i suoi familiari furono arrestati dalla polizia repubblichina il 17 aprile, mentre in alta montagna stavano tentando di espatriare in Svizzera. Trasferiti nel carcere di Bormio, smistati a Tirano, poi a Como, furono internati a San Vittore, dove Renato e Gilberto avevano subito duri interrogatori da parte delle SS. I Salmoni erano una famiglia mista, ebrei e cattolici (Gilberto era stato battezzato), ma l’origine incerta non li salvò. Dopo Fossoli, furono avviati ai lager nazisti. “I miei genitori e mia sorella Dora, rimasta ferita gravemente durante un bombardamento alleato, vennero fatti salire su un treno diretto ad Auschwitz e già allora si sapeva quale destino attendeva gli sventurati deportati là. Mio fratello ed io fummo avviati su un vagone sul quale c’era un nome mai sentito prima: Buchenwald. Tempo dopo seppi che papà, mamma e Dora erano stati inviati alle camere a gas subito dopo l’arrivo ad Auschwitz”.

L’inizio della prigionia fu con alcuni lavori forzati. “A Fossoli mi ordinarono di pulire gli stivali delle Ss ma non me la cavavo bene, così mi passarono a smistare la spazzatura. Dovevo separare i rifiuti dal metallo. Il cibo era discreto perché potevamo accedere ad uno spaccio e io ebbi pane e uova da un amico di Modena. Un giorno ci hanno avvertito che la ‘villeggiatura’ era finita e che saremmo stati inviati in un campo tedesco. Ci portarono in treno a Verona e lì mio fratello ed io fummo separati dai genitori e da nostra sorella”.

Salmoni e suo fratello si ritrovarono così in Germania, nel campo di Buchenwald. “Ci fecero fare la doccia e ci infilarono in una baracca piena di gente. Non si respirava. Era agosto e mi fornirono l’abbigliamento estivo: camicia, pantaloni, giacca e un paio di zoccoli aperti, in inverno sostituiti da zoccoli chiusi. Ebbi anch’io il numero – il 44573, quello di mio fratello Renato era il 44529 – e ci chiesero che mestiere sapevamo fare. Mio fratello era medico e dopo un terribile bombardamento alleato si offrì di curare i feriti. Finì in sartoria mentre io fui addetto alla rimozione delle macerie e poi alla sostituzione dei binari usurati utilizzati dai treni che trasportavano i deportati. Un lavoro infame. La regola era fare il meno possibile. Infine finii nelle cucine. Un vero colpo di fortuna”. All’interno del campo agiva un comitato clandestino del quale però Salmoni scoprì l’esistenza soltanto dopo la liberazione: il comitato era nato ad opera di un internato tedesco, un comunista, che poi era stato impiccato. Nel campo di Buchenwald furono trasferiti, verso la fine della guerra, 20mila internati di Auschwitz, circa 900 erano bambini e ragazzi ebrei, tra i quali Elie Wiesel, il futuro grande scrittore israeliano: “Il comitato riuscì a convincere il comandante del campo, un SS di nome Pister, a raggrupparli in due baracche, chiamate blocco 66 e blocco 8. Si salvarono tutti”.

La prigionia di Salmoni durò circa 8 mesi. “La mattina dell’11 aprile 1945 andammo come al solito nella piazza d’appello e notammo una jeep con un soldato americano. Le SS del campo si erano arrese o erano fuggite. Quelle rimaste furono rinchiuse in un recinto mettendole al riparo dalle vendette dei deportati. Era stato stabilito così da un accordo con gli americani, che avevano riconosciuta la piena legittimità del comitato clandestino. I primi deportati a lasciare Buchenwald furono i francesi e i cecoslovacchi che ricevettero assistenza dai rispettivi governi. Noi italiani non avemmo alcun aiuto, soltanto il professor Fausto Pecorari, che sarebbe diventato vicepresidente della Costituente per la Democrazia Cristiana, fu prelevato da un’auto inviata dal Vaticano. Tutti gli altri, compresi il sottoscritto e mio fratello, dovemmo arrangiarci. E lasciare il campo prima dell’arrivo dei soldati sovierici che avevano avuto l’assegnazione dei territori attorno alla città di Weimar. Un socialdemocratico di Monaco, amico di mio fratello, ci procurò un’auto che ci condusse fino a Monaco. Da lì, in treno raggiungemmo Rosenheim. Un militare americano fermò un carro agricolo trainato da cavalli e impose al contadino che lo conduceva di farci salire. Quello aveva visto la stella gialla e il numero sui nostri abiti stracciati e non era per niente contento, ma cedette. Su un treno che procedeva a passo d’uomo arrivammo al confine del Brennero e da lì a Bolzano da dove su un camion riuscimmo a raggiungere Milano. L’ultimo tratto di strada fra Milano e Genova fu molto penoso, i ponti sui fiumi erano tutti crollati e bisognava attraversare i corsi d’acqua su chiatte o imbarcazioni”. La vita ricominciò anche per Renato e Gilberto, ma nel vuoto della grande casa di famiglia nel centro di Genova: “L’ultimo parente, mio nonno, era morto durante la nostra assenza e fu meglio così. Gli fu risparmiato lo strazio di apprendere che la figlia, il genero e la nipote erano stari uccisi barbaramente”.