Una delle sue foto più recenti la raffigura in manette durante le proteste di Saint Louis, dopo l’omicidio di Michael Brown, a Ferguson. Indossa una maglietta nera con le parole care a Vittorio Arrigoni: “Stay Human”, restiamo umani. È solo grazie ai suoi genitori che Hedy Epstein, ebrea tedesca nata nel 1924 a Friburgo e scampata alla deportazione nazista, non porta sulla propria pelle la sofferenza dei lager voluti da Adolf Hitler.

Questa sofferenza, però, la porta con sé quando ripensa allo scambio di lettere con il padre e la madre, fino a quel last goodbye, ultimo saluto epistolare prima che venissero deportati ad Auschwitz. È per questo che, oggi, Hedy si batte contro ogni forma di segregazione e discriminazione, comprese le politiche dei governi israeliani in Palestina e, in particolar modo, a Gaza.

Signora Epstein, sono passati 71 anni dalla caduta del regime nazista. Quali sono i suoi ricordi più chiari di quel periodo, quelli che non riesce a togliersi dalla mente?
Avevo 8 anni quando Hitler prese il potere, nel 1933. Il primo ricordo che ho è il boicottaggio delle aziende in mano agli ebrei. Mio padre e suo fratello avevano un’attività dal 1857. C’era una postazione nazista davanti al nostro fondo e a quello di altri ebrei. Nel 1935, poi, il mio nonno materno, che viveva da un’altra parte, fu arrestato e rilasciato solo a condizione che abbandonasse la sua casa, la sua attività e la città. Venne a vivere con noi. Il mio sempre felice e gioioso nonno era adesso una persona costantemente triste e infelice.

Poi le cose peggiorarono?
Agli inizi del 1936 iniziai a provare disagio a scuola: molti miei compagni non mi rivolgevano più la parola, mentre altri mi apostrofavano con frasi tipo “sporca ebrea”. La ricreazione era il momento peggiore della giornata. Ero l’unica bambina ebrea della classe e nessuno voleva parlare o giocare con me. Gli ultimi due anni e mezzo di scuola avevo un insegnante di matematica che era una SS. Veniva in classe con uniforme ne stivali neri nei quali teneva un revolver. Quando rispondevo alle sue domande, lui diceva alla classe: ‘Questa è una risposta da ebreo e le risposte da ebreo non vanno bene’. Alcune volte, quando mi chiedeva qualcosa, prendeva il revolver e me lo puntava contro. Ero così impaurita che non potevo imparare niente. Ancora oggi ho problemi a risolvere semplici problemi di aritmetica. Poi, il 10 novembre del 1938, arrivò la Notte dei Cristalli.

Racconti.
Il direttore della scuola ci venne a parlare. A un certo punto si fermò, puntò il suo dito contro di me e disse: ‘Tu, sporca ebrea, vattene’. Mi afferrò per un gomito e mi spinse fuori dalla classe. Ancora non lo sapevo, ma quello sarebbe stato il mio ultimo giorno di scuola in Germania. Quando tornai a casa la trovai vandalizzata, con mio padre che era stato arrestato. Più tardi lo vidi passare per strada con altri uomini ebrei, scortati e picchiati dalle SS per farli camminare più velocemente. Per due settimane non abbiamo avuto sue notizie, non sapevamo se fosse ancora vivo. Dopo un mese tornò a casa dal campo di concentramento di Dachau. Era ormai un vecchio uomo malato. I miei genitori hanno provato più volte a lasciare la Germania prima del 1938, ma senza successo. Io fui mandata a Londra con una spedizione di bambini. Prima che me ne andassi i miei genitori mi diedero molti avvertimenti, mi dissero di essere buona e onesta. Le loro ultime parole furono ‘ci rivedremo presto, tutti insieme’. Non so se ci credevano davvero. Io sì.

Lei è rimasta in contatto epistolare con i suoi genitori dopo la sua partenza. Cosa le hanno raccontato dei campi di concentramento?
Il 22 ottobre 1940, gli ebrei del sud-est della Germania, compresi i miei genitori, furono deportati nel campo di concentramento Camp de Gurs, nella Francia collaborazionista di Vichy. Non mi hanno mai raccontato niente dei campi di concentramento, mio padre non ha mai parlato della sua detenzione a Dachau dopo il suo ritorno, nel dicembre 1938.

Lei riusciva a capire cosa stava succedendo in Germania?
Quando vivevo in Germania mi rendevo sempre più conto della persecuzione nei confronti degli ebrei. Sapevo poco, invece, di quello che succedeva nel Paese durante la guerra, quando mi trovavo in Inghilterra. Fu soltanto dopo, grazie anche al mio lavoro per il processo di Norimberga, che scoprii gli orrori.

E quando ha scoperto cosa era capitato ai suoi genitori?
Nel giugno del 1956 ricevetti due lettere, una di mia madre e l’altra di mio padre, da un’organizzazione francese. Scoprii così che erano stati deportati nel campo di concentramento di Auschwitz del quale allora conoscevo già gli orrori. Fino a quel momento speravo ancora di poterli ritrovare, un giorno, da qualche parte.

Ha poi visitato Auschwitz?
Ci sono stata nel 1980, come in tutti gli altri campi dove sono stati deportati i miei genitori. Prima di mettere piede su quella che chiamavano ‘La Rampa’ di Auschwitz (i binari percorsi dai treni in arrivo, ndr), nel settembre del 1980, non ero mai stata capace di accettare quello che era successo. A quel punto gridai: ‘Non è possibile che i miei genitori e i miei familiari siano sopravvissuti questa volta’. È stato un lungo periodo di negazione, ma era una forma di protezione.

Crede che le nuove generazioni di ebrei riescano a comprendere cosa è stato l’Olocausto?
Credo che alcuni capiscano, per altri sarà storia antica, altri invece hanno sentito qualche dibattito a scuola in tutti questi anni. Per alcuni adulti, invece, è diventata “un’industria dell’Olocausto”, soprattutto per come viene utilizzata e abusata da Netanyahu.

A proposito. Lei è un’attivista che si batte contro ogni forma di discriminazione e, in alcuni casi, si è schierata anche contro lo Stato d’Israele, specialmente per le sue politiche riguardo alla situazione di Gaza. Può spiegare questa sua posizione?
I miei genitori erano convinti antisionisti. Da piccola non capivo cosa questo volesse dire. Loro hanno più volte provato a lasciare la Germania, disposti ad abbandonare tutto, ad andare in qualsiasi luogo, tranne che in Palestina. Mi spiegarono che non volevano vivere in un luogo fatto dagli ebrei, solo per ebrei. Mi sono occupata direttamente delle questioni israelo-palestinesi a partire dal 1982, dopo il massacro di Sabra e Chatila, in Libano. Da quel momento ho iniziato a leggere e studiare molto, ho tenuto discorsi pubblici e contro le politiche dei governi e dell’esercito israeliano che opprimono i palestinesi nelle loro terre. Dal 2003, ho visitato la West Bank cinque volte per vedere con i miei occhi gli effetti dell’occupazione in tutta la sua manifestazione distruttiva e ho provato cinque volte a entrare a Gaza, senza successo. Ho parlato in chiese, università, licei e a incontri, ma non sono mai stata invitata in una sinagoga. Perché sono coinvolta in tutto questo? Quale lezione ho imparato come sopravvissuta al regime nazista? Ho capito cosa sono la discriminazione e la persecuzione. Per questo non posso viverle passivamente. Legga il Levitico 19.

Crede che Gaza possa essere paragonata al ghetto di Varsavia o ad altri ghetti nell’Europa nazista?
Non mi piacciono i paragoni. Eppure devo dire che ci sono aspetti simili in ciò che è successo nel ghetto di Varsavia o in altri ghetti e ciò che è successo e sta succedendo a Gaza.

Quali sono i nuovi ghetti nel mondo?
I ghetti esistono ovunque le persone sono discriminate e segregate per motivi di pelle, credo, razza, religione, condizione economica. Sfortunatamente questi posti esistono in tutto il mondo: in Sudan, in Israele, in Palestina, negli Stati Uniti, in Iraq, in Iran, in India e forse anche in Italia.

Quindi nel mondo c’è ancora da imparare da storie come quella dell’Olocausto…
Il filosofo George Santayana diceva: “Se non si impara dalla storia, siamo condannati a ripeterla”.

Twitter: @GianniRosni