Nella lunga intervista di ieri sera su La 7, Denis Verdini poteva risultare quasi simpatico, se piace il genere “vecchio briccone”. Ma l’aspetto più interessante era rappresentato dall’insospettabile attitudine teorica messa in mostra da questo “uomo di mano”; questo soldato di ventura rinascimentale, sempre pronto a passare al servizio di una nuova signoria, qualora la vecchia non assicuri più gli antichi vantaggi.

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Forse per la formula del faccia-a-faccia della trasmissione, che favorisce la discorsività a scapito della battutaccia, forse per la recente ascesa dal rango di colonnello a quello di conducator di un raggruppamento in proprio, fatto sta che Verdini ha rivelato un insospettabile profilo da filosofo della politica; ossia, un teorico delle categorie mentali proprie di questa Seconda Repubblica in transito verso la Terza. Il sistema di pensiero del personale entrato nella scena pubblica sotto le insegne berlusconiane, quale espressione di quel ceto che ne costituiva lo zoccolo duro: la cosiddetta “neo-borghesia”, formatasi a partire dalla fine degli anni Ottanta (con l’assalto a saccheggio a spese del debito pubblico al tempo del Caf, sotto forma di Bot e Cct), diventata propugnatrice dell’ostentata ideologia cafona, grazie alla legittimazione che le televisioni commerciali venivano facendone.

Quindi il naturale target del Partito della Nazione, a cui lavora indefessamente il pacchetto di mischia “gigliato” messo in campo da Matteo Renzi.

Due erano le parole a cui il ‘marpione’ intervistato da Enrico Mentana ricorreva costantemente; le chiavi subliminali per interpretarne il messaggio: modernità e pragmatismo. E di che cosa si trattasse risultava ben presto chiarissimo. Nella lettura verdiniana è moderno tutto quello che consente di andare per le spicce, sgombrando il campo – si tratti di affari, di politica o quant’altro – da ogni fastidioso controllo. Sia esso di legalità come di merito. Pragmatico corrisponde alla presa d’atto che “il mondo va così” e che cercare di inserire criteri alternativi è solo una perdita di tempo; chi lo propugna un insopportabile sognatore perditempo.

In sostanza: “non disturbare il manovratore” e “articolo quinto: chi l’ha in mano ha vinto”. Un’idea ben strana di realismo, in cui il richiamo al pensiero di Nicolò Machiavelli non si capisce bene cosa c’entri. Forse soltanto un omaggio messo là, di stampo campanilistico, nei confronti del “segretario fiorentino”; tanto per darsi le arie di uno con antenati illustri. Semmai il prologo di questa filosofia politica da tavolata di ghiottoni sta tutto dalle parti della controrivoluzione degli arricchiti che ha caratterizzato le trasformazioni del paesaggio mentale dopo l’irruzione in campo di Silvio Berlusconi; con il suo thatcherismo-reaganismo d’accatto, che faceva un unico mazzo della rivoluzione anarcoide dei padroncini nei distretti del Nord-Ovest, dei mai sopiti revanscismi della destra postfascista a lungo mimetizzata nelle pieghe della Dc, dell’insorgenza anti-fiscale della borghesia dei rentier e delle professioni, della rabbia popolare nei confronti della burocratizzazione tanto del welfare come della sinistra sindacale e di partito. Un mix indirizzato contro falsi bersagli (l’idea di giustizia sociale a mezzo trasferimenti e l’eguaglianza come valore) sotto le mentite spoglie della strombazzata “rivoluzione liberale”. Cioè la politica che avrebbe incancrenito i mali italiani, a partire dalla pressione fiscale per proseguire con le clamorose inefficienze e finire arrivando alle ingiuste discriminazioni reazionarie.

Difatti Verdini conferma tale impostazione, ribadendo che “liberale” e “conservatore” sono sinonimi. Termini che negli ultimi decenni hanno assunto significati biechi e terrorizzanti: l’ideologia del “prima-io”, l’assiomatica dell’interesse egoistico che trancia solidarietà e legature trasformando la società nell’apocalisse di invivibili quartieri blindati, nella secessione del privilegio dai comuni destini. La franca rudezza di Denis dalle Bande Nere aiuta meglio a capire dove vada a parare il suo nuovo signore Matteo Renzi. Cosa significhi in termini politici stare dalla parte dei Sergio Marchionne e degli status symbol da ricconi.