Sarri razzista, Sarri omofobo, cattivo Sarri. Ma povero Sarri. Il tecnico napoletano è il nuovo “mostro” del calcio italiano, additato pubblicamente da tutti i maestri del “politically correct” che abbondano nel nostro Paese. È colpevole di aver dato del frocio, finocchio” a Roberto Mancini. Nessuno lo giustifica: ha fatto una pessima figura, si è dimostrato rozzo e volgare, ha macchiato la reputazione che si era costruito negli ultimi anni. Ma nelle parole di chi adesso lo condanna senza appello c’è tanto stucchevole perbenismo, o  ipocrisia, a seconda dei casi.

Maurizio Sarri, nato a Napoli, figlio di operai toscani, uomo sanguigno che anche in conferenza stampa (dove è apprezzato per la sua schiettezza ed ironia) non lesina concetti forti e parolacce, ha semplicemente usato il primo insulto che gli è venuto in mente per offendere il suo collega che lo aveva fatto innervosire. Quello sbagliato, certo. Ma Sarri non è omofobo. Come Carlo Tavecchio non è razzista. Cambia il contesto, ma la vicenda non è molto diversa dallo scandalo suscitato nell’estate 2014 dalle parole del presidente della Figc, che usò epiteti discriminatori per riferirsi ai giocatori di colore. Chi scrive, oggi come allora, crede che il razzismo e l’omofobia siano un’altra cosa. E che confondere un linguaggio scorretto – radicato in una cultura d’altri tempi (come può essere quella di un uomo di 70 anni, o di un meridionale verace di estrazione popolare) –,  con un’ideologia discriminatoria sia un errore, dannoso anche per la vera battaglia per il rispetto della diversità.

A Sarri è sfuggita una parola di troppo in un momento di tensione fuori dal comune, in cui può capitare purtroppo di abbandonarsi ai propri istinti primordiali: ti scappa una frase in dialetto, una bestemmia. O appunto un insulto grave, che però in certi contesti culturali e geografici (specie al Sud) è una semplice offesa slegata da ogni tipo di connotazione omofoba. Questo dimostra quanto ci sia ancora da lavorare nella testa dell’italiano medio per superare i pregiudizi e capire l’importanza delle parole. Ma è un cambiamento lento, che non può essere imputato interamente a Sarri.

Forse il tecnico del Napoli ha persino ragione quando ha detto che “Mancini non doveva dire quelle cose: è stata una litigata di dieci secondi e doveva finire lì”. La famosa legge per cui “quello che succede in campo finisce in campo” esiste e ha un senso. E non per una concezione machista del pallone, ma semplicemente perché chi è uomo di sport sa bene che in trance agonistica si fanno e si dicono cose che nella vita quotidiana non passerebbero neanche nell’anticamera del cervello.

Ci saremmo risparmiati questo sgradevole polverone e l’ennesima figuraccia a livello internazionale. In fondo quindici anni fa, quando al termine di un Lazio-Arsenal di Champions League Mihajlovic fu accusato da Patrick Vieira di insulti razzisti, fu proprio l’amico Mancini a dire: “Qualche insulto in campo ci può stare, l’importante è che tutto finisca lì”. Evidentemente oggi ha cambiato idea. Oppure vissuto sulla propria pelle fa un effetto diverso. Mancini ieri sembrava realmente toccato dalle offese ricevute, sarebbe ingiusto mettere in dubbio la genuinità della sua denuncia (al contrario di certi commenti, titoli di giornali e prese di posizione, che appaiono molto più strumentali).  Se si è sentito offeso ha fatto bene a parlare, l’omertà non è un valore predicabile. Sarri, però, non merita di essere lapidato pubblicamente. Ha sbagliato, ha chiesto scusa e lo farà ancora. Per il suo errore pagherà tanto, in termini di sanzione e di reputazione. L’omofobia, però, per fortuna è un’altra cosa.

Mancini-Sarri, io sto con il tecnico dell’Inter: “Di omofobia si muore. O nel migliore dei casi si vive di merda” (di Domenico Naso)