Matteo Renzi non ha capito come funziona la politica europea. Lo scontro frontale con la Commissione europea di Jean Claude Juncker lo conferma. Il premier italiano, da alcune settimane, ha scelto una linea di scontro frontale con l’Unione europea. La posizione ha un suo senso elettorale (quando le cose vanno bene è merito del governo, quando vanno male è colpa dell’Europa). “Ritengo che il primo ministro italiano, che amo molto, abbia torto a vilipendere la Commissione a ogni occasione, non vedo perché lo faccia”, ha detto stamattina il presidente Juncker.

La svolta di Renzi avviene nel Consiglio europeo del 18 dicembre, quando Renzi va allo scontro con la cancelliera Angela Merkel sul gasdotto North Stream 2, argomento fino ad allora noto solo agli esperti di geopolitica. Mai Renzi aveva dato l’impressione di avere un’opinione in materia. Guarda caso quello era il giorno della discussione della mozione di sfiducia contro il ministro Maria Elena Boschi per i suoi presunti conflitti di interesse. Non c’era modo migliore di un bello scatto di orgoglio nazionale e anti-tedesco per oscurare le notizie sgradite nei tg e in prima pagina sui giornali.

David Cameron durante il vertice del G20 con i leader mondiali a Antalya

Si consuma uno scontro esplicito con la Commissione anche per l’uscita dell’unico italiano rimasto nel gabinetto di Jean Claude Juncker, Carlo Zadra. Parte all’attacco il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi: “Inaccettabile, ciò non facilita rapporti tra Rome e l’Ue”. I portavoce della Commissione replicano che queste polemiche non si fanno a mezzo stampa, che i funzionari della Commissione lavorano per l’Unione, non per il Paese di provenienza (cosa che è vera, di solito, per gli italiani, mentre tedeschi e inglesi rispondono molto più ai rispettivi governi che a Bruxelles).

Terzo punto: la resistenza che Renzi ha opposto al finanziamento straordinario da 3 miliardi alla Turchia di Erdogan per gestire l’emergenza rifugiati. “Ho difficoltà a capire la riserva stupefacente dell’Italia a finanziare i 3 miliardi alla Turchia, perché questi non vanno alla Turchia stessa ma per i rifugiati siriani in Turchia”, ha detto ieri Juncker. La Turchia è sempre stata un Paese alleato dell’Italia, almeno ai tempi di Silvio Berlusconi. Oggi che è un nemico della Russia, sembra che l’indole filorussa della politica estera italiana abbia prevalso, sommata alla tentazione di bloccare le politiche migratorie dell’Ue che non perseguono l’immediato interesse nazionale italiano.

Nessuno di questi punti giustifica un frontale tra Roma e Bruxelles. Sono soprattutto la dimostrazione del fatto che Renzi non ha mai capito le logiche della politica brussellese. Fin da quando ha speso tutto il suo (enorme) capitale politico dopo le elezioni europee 2014 per ottenere la nomina di Federica Mogherini come Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza. Risultato: oggi la Mogherini segue le linee della politica estera europea, non di quella italiana. Va ai vertici sulla Libia a cui l’Italia non viene invitata, è favorevole alla concessione dello status di “economia di mercato” alla Cina nonostante la minaccia per le piccole imprese italiane, non si oppone alle sanzioni alla Russia come vorrebbero molti gruppi italiani esportatori.

Finora la Commissione Juncker ha avuto un approccio molto politico all’Italia: ha perdonato al governo Renzi tutto, dall’aumento del deficit per fare spesa elettorale (80 euro), all’abolizione della Tasi sulla prima casa, agli sforamenti nella riduzione del debito, alle misure che favoriscono gli evasori fiscali (falso in bilancio, tetto al contante, ecc.). L’input, arrivato anche da Berlino, era che non bisognava complicare troppo la vita all’unico leader europeo che era riuscito ad aumentare i consensi invece che perderli a favore dei movimenti populisti anti-europei.

Questa benevolenza è finita. La finestra di opportunità si è chiusa. Lo ha capito bene il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan che sta subendo una sconfitta quasi umiliante sulla bad bank di sistema: la Commissione ha bocciato ogni progetto italiano di usare il supporto pubblico per ripulire i conti delle banche italiane gravate da oltre 200 miliardi di sofferenze. La fine della benevolenza europea si concretizzerà presto anche nel giudizio sulla legge di Stabilità 2016, così piena di falle che Juncker deve soltanto decidere dove infierire. “Da parte del governo italiano non c’è nessuna volontà di offesa, ma atteggiamento costruttivo”, ha detto il ministro, che questa volta invece dei pugni sceglie saggiamente di fare ricorso alle ginocchia.

Senza scendere troppo nel dettaglio, l’Italia si è presa più flessibilità di bilancio di quella a cui ha diritto. Basta citare quello 0,2 di deficit invocato prima per affrontare l’emergenza migranti, poi per tagliare le tasse alle imprese, e infine per elargire due bonus elettorali (alle forze dell’ordine e ai diciottenni col bonus cultura) in nome della lotta al terrorismo.

E’ sempre rischioso cercare spiegazioni strategiche a comportamenti che l’incompetenza basta a spiegare. Ma l’unico senso nella linea italiana può essere un calcolo molto cinico: il governo Renzi non può sopravvivere, così com’è, alla legge di Stabilità 2017, dove solo per adempiere agli impegni già presi (a cominciare dalle clausole di salvaguardia) servono 23-24 miliardi. L’unica via di uscita è lo scontro totale con la Commissione, magari tornando sotto procedura di infrazione, come nel 2011-2012.

Così Renzi e Padoan potranno attribuire la responsabilità di ogni nuova dose di austerità a Bruxelles, senza dover ammettere che i buchi sono – in gran parte – colpa loro. E magari vincere elezioni anticipate nel 2017 tutte in chiave anti-europea.

Visto che non sopravvaluto gli italiani, potrebbe anche funzionare. Certo, basta un cambio di vento sui mercati e torneremmo in una situazione simile a quella del 2011, con una crisi di sfiducia e un pre-default. Ma il pericolo del disastro assoluto non è mai stato sufficiente a convincere i politici italiani a rinunciare alla demagogia.