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Come ti senti oggi? Bene. Sei felice? Non lo so.

C’è un diritto universale, si chiama diritto alla felicità, e tutto il resto comprende.

A raccontare dove sia finito il diritto alla felicità delle mamme in Italia è stata la ricerca Benessere e fecondità (Swellfer), finanziata con più di un milione di euro dal Consiglio europeo della ricerca. Secondo l’indagine mentre le madri italiane sono tra le più infelici d’Europa, i padri sono più felici dei non padri, in ugual misura da paese a paese. Sempre secondo l’indagine, le donne con figli sono più felici di quelle che non li hanno soltanto nelle nazioni dove la parità di genere (nella vita lavorativa, politica e familiare) è acquisita e dove la conciliazione lavoro-famiglia è una pratica consolidata.

Che fine ha fatto, quindi, il diritto alla felicità delle mamme in Italia?
Il diritto alla felicità delle mamme in Italia soffoca tra gli incastri di una vita in apnea, dove tutto dovrebbe coincidere ma niente combacia ed è schiacciato sotto il peso di un paese che non è ancora pronto per le mamme lavoratrici.

Il diritto alla felicità delle mamme in Italia è compresso tra due macigni: uno è più evidente, ed è lo Stato sociale che non c’è, il welfare che traballa, il tentativo di arrangiarsi, la conciliazione impossibile tra lavoro e famiglia, la paternità fantasma, le soluzioni tampone, come gli 80 euro di Renzi. L’altro sono gli stereotipi di genere che creano un dislivello nei ruoli e nei compiti genitoriali, dove a rimetterci non è solo la donna relegata ai ruoli domestici, ma l’intero nucleo familiare, figli compresi.

Il diritto alla felicità delle mamme in Italia è affossato dal family day e dai familiaristi, che si arrogano il diritto di venirci a dire qual è l’unica famiglia possibile. Lo stesso diritto cade sotto i colpi della Chiesa cattolica, che propone alle donne una sorta di “gettone di presenza” per essere mamme a tempo pieno prima e disoccupate a tempo indeterminato dopo. Cosa ne sarà del loro diritto alla felicità quando i figli saranno grandi?

Il diritto alla felicità è schiacciato dai numeri, da quella donna su quattro che viene licenziata dopo il parto, da quel 13% di mamme in condizioni di povertà estrema, da quel 33% che messa alle strette rinuncia al lavoro per i figli, da quelle ricadute pesanti per cui l’indigenza delle madri ha più di ogni altra cosa ha un effetto boomerang sul futuro dei figli. E in questo senso, il diritto alla felicità delle mamme, si perde dietro la prospettiva di infelicità dei figli.

Il diritto alla felicità delle mamme in Italia è affossato dalla rinuncia al diritto di maternità ed è negato laddove manca quello di paternità. Il diritto alla felicità delle mamme naufraga dietro un parabrezza di pioggia, nel traffico che ci separa prima dal lavoro e poi dalla famiglia, in un tira e molla di giustificazioni bagnate come pezze fredde sulla febbre, sempre che non sia troppa alta.

Il diritto alla felicità delle mamme si perde di fronte a un “Come stai oggi?”, quando oggi è già domani ma stai provando ancora a far quadrare i conti di ieri. La vera sfida sta nel riappropriarci del diritto alla felicità, il diritto a stare con i propri cari, con i propri figli, con gli amici, con gli affetti. Il diritto al tempo libero e al tempo familiare, da condividere più che da dividere con il proprio compagno. Ma anche il diritto ad avere un lavoro, che sia una parte della nostra vita e non tutta la nostra vita, il diritto a decidere se diventare madri o no, purché sia davvero una libera scelta, e il diritto a diventarlo in qualunque famiglia possibile. Perché il diritto, in quanto tale, è universale. Altrimenti diventa un privilegio.

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