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Prima la deputata europea Licia Ronzulli, a farci credere che conciliazione significhi portarsi una bimba in fasce in un’aula parlamentare,  poi Michelle Hunkizer, rientrata a Striscia una settimana dopo il parto e l’allora ministra Maria Stella Gelmini, che definì la legge di maternità “un privilegio e non un diritto”, infine la nomina a ministra di Marianna Madia in dolce attesa, a regalarci l’illusione che un incarico possa bastare a far sentire una lavoratrice incinta in Italia meno discriminata. Il congedo per maternità, nel migliore dei casi, visto più come una vacanza contrattuale che come un diritto acquisito, è sempre più sotto attacco e la sua delegittimazione sta passando attraverso l’immagine di donne che hanno deciso di rinunciarvi.

L’ultima in ordine di tempo è stata Merissa Mayer, Ceo di Yahoo, che in attesa di due gemelle e con un bimbo di tre anni,  qualche giorno fa ha annunciato che tornerà a lavoro 15 giorni dopo il parto.  Proprio lei che era in attesa del primo figlio quando venne nominata amministratrice delegata della multinazionale e predispose per i dipendenti di Yahoo, 16 settimane di congedo parentale in un paese dove la maternità non è riconosciuta, sembra ora inviare un messaggio che a leggerlo bene suona così: la maternità non sarà di intralcio per chi vuole mantenere ruoli lavorativi mediocri, ma per chi ha un’ambizione e una carriera da coltivare è solo un ostacolo.

Quei 15 giorni pesano sul diritto alla maternità di tutte noi. Pesano sulle gravidanze “banali”, quelle dai mille lavori e dai mille euro al mese, quelle senza titolo sui giornali, quelle passate a raccogliere i pezzi che nel frattempo ci siamo perse per strada, quelle trascorse a far quadrare i tempi di una vita lavorativa che non concede privilegi, scelte, flessibilità, tele lavoro, conciliazione.

Quei 15 giorni stanno lì a segnare il confine tra le donne “brave” e quelle fannullone, tra quelle che sceglieranno la carriera e quelle che ripiegheranno sulla famiglia, tra le vincenti e le perdenti. Quei 15 giorni vogliono darci l’illusione che in ogni fase della vita della donna è possibile fare e avere tutto, che non si tratta di rinunce ma di capacità. Quei 15 giorni stanno a indicare il limite morale tra le piccole donne, senza pretese, e le eccellenze in grado di essere madri, mogli, amministratrici delegate. In grado di fare tutto senza concedersi niente, neanche la sofferenza del distacco.

Il fraintendimento sta tutto qui, nel far creder agli altri che non abbiamo bisogno di niente, che un momento della vita vale l’altro, che possiamo fare ed avere l’impossibile, che tra le donne comuni, magari con un lavoro magari, le amministratrici delegate, le parlamentari e le show girl non ci sia differenza. Che dedicarsi completamente ai figli (anche se solo per cinque mesi), rappresenti la banalità, la sconfitta, la mediocrità.  Quando invece è esattamente il contrario e gli annunci sbandierati di un rientro a lavoro immediato dopo il parto, dimostrano tutta la fragilità del nostro ruolo all’interno della società. Dimostrano che la maternità è ancora un ostacolo lavorativo per tutte noi, un’etichetta, un problema, un fattaccio da sussurrare piano, un ruolo da scrollarsi addosso il prima possibile. Dimostrano che le pari opportunità sono ancora un miraggio e conquistarle con le rinunce non porterà lontano.

Domandiamoci se è questo il modello di emancipazione che vogliamo, se è questo il messaggio da veicolare e il paragone che ci sentiamo di sostenere. Domandiamoci perché faccia più notizia una donna che torna a lavoro subito dopo il parto rispetto a una donna che dopo il parto un lavoro non lo trova più e quali ricadute sociali e mediatiche queste scelte possano avere su tutte noi. Sono immagini che regalano illusioni e spianano la strada a un modello di emancipazione fuorviante. Un modello secondo cui, riappropriarsi del proprio lavoro il prima possibile, significa per una donna riappropriarsi di pari opportunità e diritti, quando invece li delegittima entrambi.

E’ veramente questo che vogliamo? Desideriamo tornare a lavoro subito dopo il parto, oppure desideriamo ritrovarlo un lavoro dopo il parto? Vogliamo essere libere di rivendicare la nostra maternità, come un diritto, oppure rassegnarci all’idea che sia un privilegio? Vogliamo pensare che la legge di maternità sia troppo generosa con le donne, oppure pretenderne anche una di paternità?

Ora che anche Mark Zuckerberg ha annunciato di aspettare una bambina, tutti si domandano se usufruirà del congedo visto che Facebook è una delle poche aziende del tech a offrire la paternità.

Chissà che un buon segnale inizi ad arrivare proprio dai neo papà.