La diplomazia potrà pure far finta di crederci, ma la logica di creare uno stato, il palestinese, a fianco a quello israeliano, credo che si sia sfilacciata al punto di aver perso qualsiasi credibilità. Nell’ultimo discorso televisivo di Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità Palestinese, ha evidenziato nella solita maniera le colpe di Israele per la drammaticità in cui versano i territori occupati e ha espresso la volontà di non partecipare più a nessun comitato misto con Israele. Argomentazioni che non suonano nuove e che ormai non sembrano scalfire le opinioni pubbliche internazionali concentrate su altri problemi: l’Isis, il conflitto tra Arabia Saudita e Iran, il terrorismo.

Laura Boldrini incontra Mahmud Abbas (Abu Mazen)

La cosa più grave, però, è che le sue argomentazioni non sono prive di un riscontro politico e sociale. Esse appaiono sempre di più un pretesto per dare credibilità al suo potere politico personale e al gruppo di oligarchi che gli sono intorno e che si sono arricchiti facendo della corruzione lo strumento con cui gestire la politica. La situazione è grave perché i Palestinesi – la gente comune -, non crede più ad un presidente il cui mandato è scaduto nel 2009 e che si mantiene in vita grazie una validità politica concessa da Israele, dagli Stati Uniti e dall’Ue.

Queste non sono ipotesi di fantapolitica e chi ha avuto la possibilità di girare per la Cisgiordania e Gerusalemme est si rende conto, senza aver bisogno di approfondite analisi delle politiche coloniali d’Israele, dell’impossibilità di tornare indietro ora che il territorio palestinese è occupato da settecentomila coloni, convinti di edificare ogni giorno il loro “Grande Israele”. Come potrebbero mai essere evacuate tante persone? Chi pensa veramente che un esodo simile sia ancora possibile?

Se le cose vanno male per l’Autorità Palestinese, non mi sembra che vada meglio per il governo Netanyahu. Cosa avverrebbe se collassasse il governo di Mahmoud Abbas? Chi manterrebbe l’ordine e la sicurezza in Cisgiordania? E ancora: cosa farebbero Hamas o altre formazioni estremiste?

In questo senso va letto il messaggio del califfo Abu Bakr al-Bagdadi quando, inveendo contro la coalizione sunnita anti-Isis voluta dall’Arabia Saudita, spiega che i musulmani dovrebbero preoccuparsi dei fratelli palestinesi e mettere a morte tutti gli israeliani invece di lottare contro il califfato. Un messaggio che significa: domani potremmo essere noi quelli che faranno sentire una presenza “liberatrice” in un territorio destinato allo sbando.

A cosa possiamo ricondurre oggi l’Intifada dei coltelli che ha causato venti morti tra gli Israeliani e centoventi tra i Palestinesi? Alla disperazione, alla mancanza di uno straccio di politica che riesca a comporre la questione israelo-palestinese. Risultato, una militarizzazione crescente della società e una paura che ormai attanaglia la gente comune. Sono lontani i tempi degli accordi di Oslo quando nel 1993 ancora si poteva sperare in un processo di pace, quando l’euforia delle buone relazioni tra questi due paesi spingeva le società civili a moltiplicare le iniziative di dialogo, quando gli intellettuali arabi e israeliani creavano associazioni per spronare la politica a fare presto. Poi Rabin fu ucciso e il processo di pace si impantanò. Ora il processo di pace è diventato uno slogan privo di contenuto.

Se l’Autorità Palestinese dovesse cadere, il livello dello scontro si farà più aspro, non saranno più coltelli contro fucili, ma la violenza invaderà tutti i settori della società e questa prospettiva è largamente presente alle forze di sicurezza israeliane e agli americani. Cosa faranno le forze di sicurezza palestinesi? Chi terrà sotto controllo le piazze, considerando l’odio che in tutti questi anni si è accumulato da una parte e dall’altra?

Non solo Hamas, come abbiamo detto, si impossesserebbe della questione allargando il suo raggio di azione, ma anche l’Isis entrerebbe in gioco. E Israele come risponderà? Potrà ripetere l’isolamento di Gaza con una conseguente crisi umanitaria. L’occupazione di un territorio comporta rischi e doveri e anche reazioni internazionali, sperando che la comunità internazionale sia capace ancora di esprimere una reazione ad un atto palese di ingiustizia.