Immigrazione_interna

“Chi chiede asilo deve adeguarsi alle nostre leggi e ai nostri valori”. Frase di una lucidità fulminante quella pronunciata dal ministro della Difesa, la pacifista-interventista Roberta Pinotti. Folgorante, forse al di là delle sue stesse intenzioni.

Ecco uno dei grandi problemi dell’integrazione: gli immigrati devono comportarsi come i cittadini. Ma allora si affaccia un inconfessabile timore: se davvero i rifugiati si comportassero come noi?

Provate a immaginare la scena, le prime pagine dei quotidiani: “In arrivo un’orda di profughi, minacciano di diventare come gli italiani”. Roba da rifugiarsi in casa come per l’arrivo dei saraceni. Sulla spiaggia di Lampedusa gommoni con a bordo i 18 mila dipendenti pubblici, chiedono di essere assunti dalla Regione Sicilia (cinque volte quelli della Lombardia). Avvistata al largo della Calabria un’imbarcazione che trasporta l’assemblea nazionale dell’Ncd guidata da Angelino Alfano (basterebbe un gozzo per portarli tutti). Roba da far gridare, stavolta per davvero, evviva il reato di immigrazione clandestina. Intanto alle frontiere della Slovenia preme una delegazione della Lega guidata da Roberto Calderoli, i soldati di Lubiana caricano. Poi, appena si accorgono che i vessilli sono quelli verdi del Carroccio e non quelli neri dell’Isis, che le urla sono in bergamasco e non in arabo, tirano fuori i moschetti.

Allarme! Una cellula di falsi invalidi è stata segnalata dall’intelligence, si temono attentati di tiratori scelti non vedenti. E se poi arrivasse la vera invasione? Dieci milioni di evasori che ci premono alle porte in cerca di un luogo dove finalmente liberarsi dal giogo dell’Iva. Colonne umane di corrotti e paraculi che chiedono asilo in uno dei pochi Paesi dove i loro diritti sono tutelati.

L’inferno. Le nostre città contaminate da barbari che si fingono nullatenenti per non pagare le tasse scolastiche e poi vanno a prendere i figli con l’Audi; da suv che parcheggiano in quadrupla fila; da costruttori che realizzano centri commerciali nelle zone alluvionali. Da mafiosi che lasciano senza lavoro i nostri poveri criminali.

Il vero incubo: i rifugiati che decidono di vivere secondo i nostri costumi. Di diventare come gli italiani. Sessanta milioni sono abbastanza, non possiamo permettercene altri. Sarà forse anche per questo che abbiamo deciso di fare meno figli: non c’è abbastanza da magnare per tutti.

Non facciamola semplice: affrontare l’arrivo di milioni di persone è pieno di incognite e rischi. Ma almeno un vantaggio innegabile ce l’ha: prima ancora di chiederti chi sono gli uomini e le donne che bussano alla tua porta, devi domandarti chi sei tu che li accogli. Tipo quando devi presentare la tua famiglia alla futura sposa: vieni preso da un brivido vedendoti di fronte lo zio che si crede Napoleone, la nonna con i capelli azzurri, la cugina neo-animista.

Chi siamo davvero noi italiani? Quali sono i nostri valori? La Francia e la Germania lo sanno bene, a volte – ti viene il dubbio – fin troppo. Noi no. E può anche darsi che questa tolleranza sia talvolta fonte di umanità. Ma il nodo resta: siamo un popolo senza senso dello Stato o anche una nazione che dietro l’arte di arrangiarsi ha saputo comunque mettere insieme una comunità dove si vive meglio che altrove (il tasso di sicurezza nelle nostre città è migliore che in Gran Bretagna e Stati Uniti)? Forse tutte e due le cose, ma è il tempo di scegliere. Anche per mostrare ai rifugiati – come giustamente chiede Pinotti – che cosa pretendiamo da loro.

A meno che non chiediamo ai siriani di rispettare le regole mentre ce le mettiamo sotto i piedi. Insomma, che siano cittadini migliori di noi italiani doc. Un po’ troppo. In attesa che ai confini prema un’invasione di svedesi. Quelli sì, che li accetteremmo. Soprattutto le svedesi.

Da Il Fatto Quotidiano del 12/01/2016