Ucraina: fabbrica chimica altamente inquinante

Mentre, a fine anno, l’Italia soffocava nello smog, il governo, zitto zitto, che ti ha fatto? Ha approvato un bel decreto legge Milleproroghe con cui ha prorogato di un anno, al 1 gennaio 2017, la entrata in vigore dei limiti stabiliti dall’Europa per le emissioni dei grandi impianti di combustione, i quali avevano già avuto ben 10 anni di tempo (dal 2006 al 1 gennaio 2016) per adeguarvisi.

Quindi, per almeno un altro anno – fino al prossimo Milleproroghe – la nostra salute sarà ancora “tutelata” con dei limiti che, da tempo, sono stati ripudiati in sede europea perché ritenuti troppo blandi.

E’ vero che la proroga riguarda i “vecchi” impianti, che hanno presentato istanza di deroga ma, in realtà, come bene ha scritto Il Fatto Quotidiano, di impianti nuovi, dal 2006, ce ne sono ben pochi; e tutti hanno chiesto la deroga E, peraltro, se anche non ci sarà un altro Milleproroghe, niente paura, il Testo Unico ambientale prevede che, a certe condizioni (certificate dai gestori degli impianti), la proroga possa arrivare fino al 2023.

Di certo, riguarda, tra l’altro, tutte le centrali Enel a carbone: quelle – per intenderci – che, come avviene a Civitavecchia (situazione che conosco bene per esperienza personale), quando si vedono pennacchi di fumo e si va a chiedere conto, risultano sempre in regola con i limiti di legge e con le prescrizioni della loro speciale autorizzazione (Aia, Autorizzazione integrata ambientale, rilasciata dal Ministero dell’Ambiente, dopo un iter complesso che si fonda, in gran parte, sulle dichiarazioni relative al ciclo produttivo, provenienti dalla stessa azienda interessata).

Tanto più che il controllo sul rispetto di queste prescrizioni è affidato, sostanzialmente, alle stesse aziende. Ripetendo quanto 6 mesi fa ho già scritto su questo blog, a Civitavecchia, la verifica sul rispetto dei limiti si basa sui rilevamenti fatti solo dall’Enel stessa; gli organi di controllo pubblici previsti dalla legge (Ispra e Arpa) non hanno neppure lo strumento idoneo a campionare i fumi delle ciminiere e sono così carenti di personale e mezzi da rendere veramente utopistico pensare che possa esservi un controllo pubblico, adeguato e continuato, su aziende di grandi dimensioni e complessità. Una richiesta della Procura di istituire un presidio di controllo fisso presso l’Enel non ha mai avuto risposta.

Il che significa che queste grandi aziende non rischiano niente neppure se provocano un disastro ambientale. La nuova legge sugli ecoreati, infatti, richiede che il disastro sia provocato “abusivamente”; e come si fa a dirlo, di un disastro che non viola la legge (con le sue deroghe e le sue proroghe) senza alcuna prova di superamento dei limiti? L’assurdo più grave è che questa situazione di favore riguarda proprio le industrie più potenzialmente inquinanti e pericolose per la salute pubblica, cioè quelle con Aia.

Ed è ancora più grave che, negli ultimi anni, in nome della “crescita”, proprio queste industrie siano state favorite apertamente. Nel 2014, il governo Renzi, con il D. Lgs n. 46 del 4 marzo, ha addolcito o depenalizzato le violazioni commesse da aziende con Aia. E così oggi, se una carrozzeria non rispetta le prescrizioni dell’autorizzazione rischia sanzione penale; ma se è una centrale Enel (con Aia) la sanzione è, di regola, solo amministrativa e il gestore non si sporca neppure la fedina penale.

Tre mesi dopo, lo stesso governo, con il decreto legge n. 91 (del 24 giugno) aggiungeva, per gli impianti con Aia che“….le Autorizzazioni Integrate Ambientali rilasciate per l’esercizio di dette installazioni possono prevedere valori limite di emissione anche più elevati e proporzionati ai livelli di produzione….” (art. 13, comma 7).

Insomma, l’importante è questa “crescita” basata sui combustibili fossili. Tutto il resto è “emergenza” che passa e si dimentica. Ma fino a quando?